Non più del 40% di alunni stranieri per classe. La decisione arriva dalla preside dell’Istituto Giulio Cesare di Mestre, Rachele Scandella, dove gli stranieri nelle aule sono sempre almeno il 70%. Per la dirigente scolastica non si tratta di una “provocazione” ma di “un’esigenza per continuare a garantire didattica e integrazione”. E non è neanche un azzardo: la possibilità di esercitare questo genere di limitazione la offre lo stesso Ministero, ma finora nella provincia di Venezia non l’aveva applicata mai nessuno. Nel comprensivo di via Cappuccina, sostiene la preside, ormai “non c’è alternativa”. Certo è che poi il caso dell’istituto comprensivo di Mestre, due plessi di scuola dell’infanzia, due di scuola primaria e uno di scuola secondaria, rappresenta solo la punta dell’iceberg di un fenomeno più ampio e in continua evoluzione.

La scelta di Rachele Scandella “è giustificata dal fatto che in alcune classi la quota di alunni stranieri tocca il 96%“, e quindi questo “non è un modello di integrazione ma di ghettizzazione“. Lo dichiara Elena Donazzan, assessore regionale all’Istruzione, Formazione, Lavoro e Pari opportunità, ricordando che lei stessa aveva proposto l’istituzione di un tetto già nel 2008, “proprio perché in Veneto alcune problematiche le avevamo riscontrate e avevamo formulato un proposta di organizzazione”. Tuttavia “oggi anche il tetto non è più sufficiente”, aggiunge l’assessore, convinta che vada rivisto il modello, “rimettendo al centro la lingua, la tradizione, le consuetudini italiane e venete”, dal momento che “dobbiamo integrare questi figli di seconda generazione nella società e nella comunità veneta”.

Parlare l’italiano è infatti “lo strumento base per poter apprendere e non si può prescindere da un rafforzamento della lingua anche con test di ingresso alla scuola primaria”, e anche “suonare, cantare, fare sport sono discipline fondamentali per capire la cultura in cui si vivrà” e quindi “una scelta religiosa che vi si opponga è un ostacolo da non accettare”. Quello che ci vuole è “un patto educativo con le famiglie straniere“, che sia “vincolante ed obbligatorio”, continua Donazzan, chiedendo che ad intervenire, nel caso di rifiuto di sottoscrizione, sia “non solo la scuola, ma l’autorità di polizia“. La scuola “non può essere lasciata sola in questa frontiera per l’integrazione”, conclude l’assessore.