Se fossimo ancora ai tempi ruggenti del duopolio generalista, quello della baruffa pacioccona fra Rai e Mediaset, con la gara degli share che mimava la concorrenza commerciale che non c’era e offriva una chiave agonistica ai commentatori di tv, dovremmo dire che la nuova (non più tanto) dirigenza Rai sta segnando punti rispetto a Mediaset. Almeno così parrebbe a guardare le simboliche audience degli ascolti di San Silvestro, dove da sempre si sceglie non quello che c’è (che si suppone sia più o meno sempre uguale), ma chi lo fa. Dove si rivela insomma l’affinità “elettiva” fra pubblico ed emittente (di quale segnale orario ci fidiamo? Quello di mamma Rai perché l’abbiamo vista fin dal bianco nero o l’altro di Canale 5, cui siamo fedeli perché fu lì conoscemmo i Puffi?).

Ebbene, rispetto al 2014, quando ancora Rai 1 (27,32%) con qualche Carlo Conti d’ordinanza e Canale 5 (22,69%) con Gigi d’Alessio se la battevano su ordini di grandezza non distanti, a partire dal 2015 (anche col segnale orario taroccato) e ancora sabato notte, Rai1 è salita oltre il 31% e Gigi di Canale5 si è ristretto al 17,5%. Il dato notevole tuttavia è che Rai 1, pur svettando in share, è stata vista da un numero sempre minore di spettatori perché è dal 2012 che non se ne registrava un numero così basso davanti agli schermi accesi della tv. Quindi anche chi ne ha più degli altrui ne conta comunque meno di quanti ne radunasse negli anni immediatamente precedenti. Si starebbe dunque avverando la profezia di una progressiva marginalizzazione della tv classica, sostituita dai social con la loro folla di bufale e imbufaliti?

Qui conviene, come sempre con le profezie, adottare qualche cautela. Sorprende ad esempio osservare che gli spettatori dell’ultimo dell’anno, pur in diminuzione siano comunque di due milioni più numerosi di quanti ce ne fossero nel 1999, con tutto che quello era il famoso capodanno di fine millennio, che inaugurava il 2000 e l’attesa di chissà quali cambiamenti numerologicamente predisposti! Ma senza andare a paragoni così lontani nel tempo, potrebbe bastare osservare che nell’auditel, come nel PIL, dobbiamo fare ancora un bel pezzo di strada prima di recuperare i “valori pre-crisi”. Nel 2009, ultimo anno di incosciente baldoria, a stappare la bottiglia chiusi in casa in compagnia della tv furono appena 15 milioni. Al culmine dei dolori, nel 2013 – anno delle elezioni politiche – eravamo arrivati a 18,5 milioni. Col 2016 siamo riscesi a 17,4 milioni. E dunque abbiamo ancora un bel po’ da scendere prima di tornare ad essere gli spensierati e pseudo danarosi di prima.

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