Elezioni politiche in primavera per disinnescare i referendum abrogativi di alcune parti del Jobs Act, per i quali la Cgil ha raccolto oltre 3 milioni di firme. È l’idea del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che ha subito fatto salire sulle barricate sindacati, opposizioni e minoranza Pd. “Se si vota prima del referendum il problema non si pone. Diventa ovvio che per legge l’eventuale referendum sul Jobs act sarebbe rinviato“, ha detto Poletti rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se la consultazione possa essere un ulteriore problema per il Pd e il governo Gentiloni. “Ed è questo, con un governo che fa la legge elettorale e poi lascia il campo, lo scenario più probabile“. “Solo una constatazione”, ha puntualizzato in serata l’ex numero uno di Legacoop. Infatti se le Camere venissero sciolte, come previsto dall’articolo 34 della legge 352 del 1970 la consultazione referendaria verrebbe sospesa e rinviata a 365 giorni dopo le elezioni, per evitare una sovrapposizione delle campagne elettorali. In caso contrario la Corte costituzionale, che si esprimerà l’11 gennaio sull’ammissibilità dei quesiti dopo che il 9 dicembre l’Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione ha dichiarato le richieste conformi, potrebbe fissare la data del voto tra il 15 aprile e il 15 giugno.

Per la leader della Cgil Susanna Camusso insistere sullo slittamento significa “non avere il coraggio di affrontare i problemi”. Deborah Bergamini, responsabile Comunicazione di Forza Italia, parla di “un chiaro segnale di paura dopo la sonora sconfitta del 4 dicembre sulla riforma costituzionale”, mentre Roberto Speranza chiede che “più che invocare le urne per evitare che si svolga il referendum si intervenga subito sul Jobs act, a partire dai voucher“. Dal canto suo Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro alla Camera, fa sapere che “con i referendum proposti dalla Cgil bisognerà misurarsi: non si può mettere la testa sotto la sabbia. Sono quesiti che incidono su problemi reali della condizione lavorativa”. Insomma, “non possiamo restare schiacciati nella tenaglia tra tenere i referendum e far cadere il governo”.

I quesiti: marcia indietro sull’articolo 18 e stop ai voucher – Il primo dei tre quesiti referendari riguarda l’abrogazione dell’intero decreto legislativo attuativo del Jobs Act, che ha introdotto il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Con il quesito si chiede di tornare al tradizionale indeterminato previsto dall’articolo 18, ripristinando anche il diritto di ritorno al lavoro nel caso di licenziamento economico. La seconda richiesta di referendum riguarda il lavoro accessorio. In questo caso si chiede in pratica di eliminare i cosiddetti voucher, ossia i buoni lavoro per il pagamento delle prestazioni accessorie. Secondo l’Osservatorio sulla precarietà dell’Inps, tra gennaio e settembre sono stati venduti 109,6 milioni di voucher, con un incremento, rispetto ai primi nove mesi del 2015, pari al 34,6%. Il terzo quesito interviene invece sulla legge Biagi del 2003. In sostanza, si chiede di reintrodurre la responsabilità solidale della prima società appaltante nei confronti di quella subappaltatrice.

Sinistra italiana: “Spudorati, la loro intenzione è sottrarre agli elettori il diritto di votare” – Dopo che Poletti ha sostenuto che lo scenario più probabile è che le elezioni politiche siano prima della consultazione sul Jobs Act, perché “questo è un governo che fa la legge elettorale e poi lascia il campo”, la minoranza dem ha reagito chiedendo modifiche immediate alla riforma del lavoro. Più dure le opposizioni. “Il governo vuole impedire agli italiani di votare sui referendum contro i voucher e il Jobs Act? Bene. Evidentemente hanno compreso tutto del voto del 4 dicembre“, ha commentato Nicola Fratoianni, di Sinistra Italiana. “Se il governo e la maggioranza – prosegue l’esponente della sinistra – vogliono evitare i referendum hanno una sola strada: cancellare i voucher e reintrodurre l’articolo 18 nelle modalità chieste dai quesiti”.

“E’ inaudito e gravissimo che il ministro del Lavoro ammetta di voler andare alle elezioni in primavera per evitare il referendum sul Jobs Act”, dichiara la capogruppo di Sinistra italiana al Senato Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto. “Mi chiedo quale concezione della democrazia alberghi nella testa di questi ministri. Non gli basta aver schiaffeggiato gli elettori riproponendo lo stesso governo sconfitto dal referendum? Adesso spiegano anche spudoratamente che la loro intenzione è sottrarre agli elettori il diritto di votare”. “Mi auguro – conclude la senatrice – che il presidente del Consiglio smentisca al più presto le affermazioni incredibili del suo ministro del Lavoro. Di certo non riesco a immaginare viatico peggiore per un governo che già nasceva malissimo”.

Ncd: “Suicida, al governo serve un tempo ragionevole per affrontare emergenze” – Per Fabrizio Cicchitto di Ncd “dire che bisogna fare le elezioni anticipate per evitare il referendum sul Jobs act, come fa il ministro del lavoro Poletti, è del tutto inaccettabile e per certi aspetti suicida sia rispetto alla battaglia politica che si deve fare a favore del Jobs act sia più in generale. Da un lato c’è la necessità, dopo la pronuncia della Corte Costituzionale che svolgerà i suoi lavori il 24 gennaio, che il Parlamento si confronti per definire una nuova legge elettorale. Dall’altro lato, se si vuole dare una risposta ad una parte delle questioni emerse nel voto del 4 dicembre che ha messo in evidenza l’esistenza di una vasta area di sofferenza sociale, occorre un tempo ragionevole perché il governo Gentiloni nella pienezza del suo mandato faccia alcuni interventi economico-sociali che si misurino con alcune questioni che bisogna affrontare dando segnali in direzione delle aree di disoccupazione e di sofferenza sociale”.

Uilm e Cisl: “In ogni caso servono modifiche al Jobs Act” – “Noi abbiamo contrastato il Jobs Act, la modifica del mercato del lavoro non può essere fatta senza sentire le organizzazioni sindacali. Ci auguriamo che il nuovo esecutivo, che ha evidenti limiti, si renda conto che la riforma non può restare così”. È il commento di Rocco Palombella, segretario generale della Uilm. “Se non sarà così valuteremo quale sia lo strumento più idoneo, se il referendum o la trattativa”, ha aggiunto. Cautela a proposito della decisione fissata per l’11 gennaio trapela anche da parte di Annamaria Furlan, segretario della Cisl: “Aspettiamo di conoscere la decisione della Corte costituzionale prima di esprimere giudizi”. “Nel frattempo ci sono delle questioni importanti, pensiamo per esempio – ha detto di fronte ai giornalisti a Bari – alla questione dei voucher che per la Cisl vanno sicuramente cambiati e aboliti nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia, dove sono diventati uno strumento selvaggio di precarietà del lavoro e di sfruttamento”.

Confindustria: “Con il referendum si crea incertezza” – Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, sostiene che “il referendum sul Jobs act crea incertezza“. “L’ansietà del sistema Paese di giorno in giorno aumenta”, ha detto Boccia al termine della presentazione del report del Centro studi di viale dell’Astronomia. “Abbiamo fatto il Jobs act, se adesso arriva il referendum cosa accade? Io imprenditore attendo e non assumo. Questi sono i capolavori italiani dell’ansietà e dell’incertezza totale – ha concluso – e i motivi per i quali gli imprenditori italiani sono i più bravi al mondo perché vivono in condizione di perenne incertezza“.