Centoventimila euro prelevati in contanti dalla cognata di un collaboratore di giustizia senza che nessuna segnalazione venisse inoltrata alla Banca d’Italia, conti correnti intestati a nomi di fantasia e legami neanche troppo occulti con soggetti legati a Cosa nostra. E poi un filo rosso che porta direttamente alle logge massoniche. A Trapani, nella provincia del superlatitante Matteo Messina Denaro, la mafia era riuscita a infiltrare un’intera banca. A sostenerlo è la procura di Palermo che ha chiesto e ottenuto sei mesi di amministrazione giudiziaria per la banca di credito cooperativo “Senatore Pietro Grammatico” di Paceco. Un piccolo istituto che ha fatto la storia nella provincia più occidentale della Sicilia: fondato nel 1915, un secolo dopo gestisce 5 filiali in un’area popolata da quasi trecentomila persone, ha più di 1.500 soci e dà lavoro a 32 dipendenti. Solo che secondo gli investigatori da anni subiva le ingerenze di soggetti legati a Cosa nostra. Il primo nome finito sul tavolo dei magistrati è quello Filippo Coppola, detto ‘u professuri (il professore ndr), condannato nel 2002 per associazione di stampo mafioso, colpito più volte da procedimenti di sequestro: ufficialmente aveva chiuso i suoi conti, ma per gli inquirenti ha continuato ad avere rapporti con l’istituto di credito. Il fratello, Rocco Coppola, era un dipendente della banca: aveva una scrivania all’ufficio Fidi e Rischi.

Quello dei Coppola è un cognome noto nella geografia di Cosa nostra trapanese: secondo il pentito Vincenzo Sinacori nel 1996 il padre Gino avrebbe ospitato un summit alla presenza di Giovanni Brusca, Nicola Di Trapani e lo stesso Messina Denaro. “Ci si chiede come sia possibile che un istituto di credito abbia continuato negli anni a erogare prestiti e ad accendere mutui in favore di un noto pregiudicato per fatti di mafia e delle attività economiche a lui riferibili, direttamente o per via familiare”, chiedevano nel 2013 i deputati di Sinistra Italiana Claudio Fava ed Erasmo Palazzotto in un’interrogazione ai ministeri dell’Interno e delle Finanze. “Nessuno dal governo ha mai risposto all’interrogazione, nessuno è intervenuto sulla banca e non vi è stato alcun monitoraggio”, dicono oggi i due parlamentari. Eppure di interrogativi la banca di Paceco ne aveva sollevati parecchi negli ultimi tempi. Sono due le ispezioni ordinate in passato da Bankitalia, nel 2010 e nel 2013, mentre nel settembre scorso si era diffusa la notizia di un’imminente liquidazione dell’istituto trapanese: notizia, però, subito smentita sempre da via Nazionale. Nel frattempo la banca di credito cooperativo di Paceco stava per fondersi con un’altra Cassa rurale: la Don Rizzo di Alcamo. Operazione che adesso viene bloccata dall’inchiesta coordinata dal procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Dino Petralia.

Le indagini degli uomini del Gico del Nucleo di Polizia tributaria di Palermo, guidati dal colonnello Francesco Mazzotta, hanno portato alla contestazione di molteplici violazioni delle norme antiriciclaggio e del mancato rispetto delle raccomandazioni di Bankitalia sulle concessioni di fidi ed extrafidi. Poi ci sono i rapporti con Cosa nostra. Grazie all’utilizzo di un particolare software informatico, battezzato Molecola, gli uomini delle fiamme gialle hanno scavato nelle storie di tutte le persone che avevano rapporti con l’istituto di credito. Su 1.500 soci in 326 avevano precedenti penali: di questi in 11 erano stati segnalati perché avevano rapporti con Cosa nostra. Ed è con una certa sorpresa quindi, che gli investigatori hanno scoperto l’incredibile affare ottenuto da Pietro Leo, in passato indagato per reati aggravati dal metodo mafioso: era riuscito a ottenere un mutuo da 237 mila euro saldandolo poi solo con 135 mila euro versati in dieci anni, in pratica la metà rispetto a quanto aveva incassato. Anche Pietro Leo aveva un parente – in questo caso la figlia – dipendente dell’istituto di credito.

Nel 2008, invece, aveva prelevato 120 mila euro in contanti la moglie di Cristoforo Milazzo, fratello di Francesco, pentito di mafia: un prelievo fino troppo sospetto, e infatti Bankitalia aveva chiesto spiegazioni. Risposta dell’istituto bancario: nessuna segnalazione era stata attivata perché “era prevalsa la conoscenza del carattere della cliente suggestionata dalle notizie sulla crisi dei mercati”. Intimorita dal fallimento di Lehman Brothers e dalla bolla immobiliare che stava sconvolgendo la finanza occidentale, la signora Milazzo aveva deciso di mettere sotto il materasso il denaro depositato in banca: e pazienza se si trattava comunque della cognata di un collaboratore di giustizia. D’altra parte nella sede dell’istituto gli inquirenti hanno anche trovato traccia di conti fantasma: dentro un armadio chiuso a chiave, diverse carpette contenevano posizioni bancarie intestate a persone che semplicemente non esistono. Poi, annotati a penna, ecco altri nomi: possibile che siano quelli i veri proprietari dei conti? “Come facevano ad andare avanti in questa situazione? È una domanda alla quale dovremmo dare una risposta”, ha detto il colonnello Mazzotta in conferenza stampa. Come dire che al vaglio degli inquirenti ci sono anche le possibili “falle” nell’operato degli organi di vigilanza. Ma non solo. Perché sull’istituto di credito si allunga anche un’altra inquietante ombra. “Sono emersi anche dei collegamenti con la massoneria, non sappiamo se si tratti anche della massoneria non ufficiale, ma è la prima volta che una banca finisce sotto amministrazione giudiziaria”, ha detto l’aggiunto Petralia. Un particolare da non sottovalutare: a Trapani, infatti, si contano 19 logge ufficiali, con più di 500 iscritti. Nella provincia dell’ultima primula rossa di Cosa nostra, grembiulino e compasso non sono mai passati di moda. Anche dentro le banche di credito cooperativo.