Il comitato di cittadini, la multinazionale del gas e una sentenza che silenzia una complessa questione ambientale senza entrare nel merito ma fermandosi alla mera legittimazione formale di chi la pone. Succede a Zibido San Giacomo, comune alle porte di Milano, dove Golia ha stravinto sul Davide di turno che non aveva le scarpe giuste o i calzini appaiati per correre dal giudice e che mai più si rialzerà, vista la punizione che gli ha inflitto: circa 8mila euro da risarcire, in parti uguali, a Regione e società.

Il giudizio verteva sul progetto di estrazione di gas dal sottosuolo del Parco Agricolo Sud, uno degli ultimi polmoni verdi della cintura milanese. Nonostante due anni di proteste, cortei e petizioni dei “No Triv” nel 2015 è arrivato il via libera definitivo alla trivellazione del posso di Moirago e l’area intorno è già cantierizzata. Restava un ricorso e dirimerlo lo ha fatto la terza sezione del Tar Lombardia. Da una parte la Appennine Energy della britannica Sound Oil, dall’altra “Cittadini di Zibido San Giacomo”, associazione nata a settembre del 2014 proprio per difendere il territorio dai rischi delle esplorazioni di idrocarburi che per due anni si mette alla testa di quelle nazionali che aderiscono ma in posizione più defilata. Quando la Regione rilascia il decreto di compatibilità ambientale, a marzo 2015, c’è solo lei a farsene carico. Così Davide cita davanti al Tar Golia (la Appennine) e tutti gli attori coinvolti: i sette comuni interessati, il Ministero per lo Sviluppo Economico, il Consiglio Regionale della Lombardia, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Parco Agricolo. Nonché l’Arpa, l’Asl e il Parco Agricolo Sud.

Il 5 ottobre scorso il collegio dei giudici si è riunito e ha emesso una sentenza di 13 pagine che rigetta in toto il ricorso. Non una pagina è dedicata al merito della questione, tutte sono concentrate sul fatto che la ricorrente non fosse effettivamente legittimata a proporre il giudizio. Questo il “vizio di rito” sollevato dalla Appennine Energy nella sua memoria difensiva. In sostanza l’associazione avrebbe una natura “occasionale e strumentale”, essendo nata per contrastare uno specifico progetto industriale, e non “rappresenterebbe il territorio e la comunità locale” per il basso numero di soci (circa un centinaio) e per il fatto che non tutti erano in regola con il versamento delle quote, tanto che – scrivono i giudici – a gennaio 2015 e cioè due mesi prima di proporre ricorso in cassa aveva solo 80 euro a titolo di quote associative. I giudici accolgono l’eccezione (riprendendo interi passaggi della memoria presentata da Appenine Energy) e ravvisando il difetto di legittimazione che annulla il ricorso. E così facendo evitano di indagare i vizi sollevati, che sono il cuore del ricorso.

“Non hanno preso in considerazione l’articolo 309 della Legge 152 del 2006 sulle norme di tutela ambientale” – spiega Vincenzo Lepori, uno dei portavoce dell’associazione – “ma sono andati invece a “cavillare” su quante assemblee l’associazione ha fatto o quanti soci avessero a libro soci in regola con il versamento delle quote societarie. Come associazione non affermiamo che la Sentenza dei Collegio Giudicante del Tar Lombardia sia giusta o sbagliata perché non ha risposto ai quesiti, da noi presentati tramite il nostro avvocato, ma ha solo risposto che non avevamo titolo a fare quelle domande. Non c’è stata sentenza sui quesiti e quindi non si può affermare che il Decreto emanato dalla Regione Lombardia sia corretto”.

Ma c’è di più. La sentenza dichiara la carenza di legittimazione ad agire della ricorrente anche in base alle scarse risorse a sua disposizione ma la condanna a pagare 7.500 euro tra spese e oneri. “Una sentenza che fa riflettere sull’effettiva possibilità di tutelare il bene-ambiente”, commenta il legale dell’associazione Paolo Colasante. “Stiamo organizzando una colletta tra socie e cittadini per raccogliere i fondi ma di certo avremo difficoltà a proporre appello al Consiglio di Stato, visto che farlo costa subito 1.200 euro”, commenta ancora Lepori. “Non vorremmo trovarci ancora cornuti e mazziati perché quel che abbiamo capito, con questa sentenza, è che chi si contrappone a certi interessi in favore di  quelli ambiente è meglio che taccia, che non si arrischi. Perché le conseguenze possono essere pesantissima”.

Nel frattempo la battaglia politica si sposta sull’uso degli oneri, circa 800mila euro, pagati da Apennine al Comune e sull’indotto effettivo dell’operazione per le imprese locali. I gruppi consiliari dell’opposizione (“Noi Cittadini” e “Insieme per Zibido San Giacomo”) hanno contestato le scelte delll’amministrazione e il sindaco Piero Garbelli, fervido sostenitore di ricadute positive sul fronte del lavoro. Motivo? I soldi e i lavori per realizzare il cantiere da 1,5 milioni non arriveranno a Zibido ma saranno affidati a una ditta di Parma. E chi da anni sostiene che così sarebbe finita – tra molti costi sociali e ambientali e pochi vantaggi – fa la colletta per le spese di giustizia