Lasciata morire di fame e di sete. Nonostante gli fosse stata affidata per essere accudita e curata. Per questo chi ne era responsabile è stato condannato per omicidio volontario. La vittima di questo caso di malasanità privata aveva 89 anni, era malata di cuore e di Alzheimer e non poteva camminare per le conseguenze di una frattura del femore. Quando i parenti si resero conto di quello che stava accadendo era ormai troppo tardi.

Il titolare della società che gestiva la casa alloggio in provincia di Roma e tre suoi dipendenti sono stati condannati a 14 anni di carcere. La vicenda risale al luglio del 2010 e il verdetto è destinato a creare un precedente nei casi di maltrattamenti di anziani nelle strutture dove vengono portati a vivere. Solo nell’ultimo anno sono stati diversi gli episodi che hanno portato a misure cautelari: come a Vercelli, a Parma dove gli anziani venivano anche sedati, o Crotone dove venivano picchiati.

Secondo gli avvocati Renato Archidiacono e Silvia Siciliano, legali di parte civile dei familiari di Elisabetta Pinna, l’anziana morta a causa dello stato in cui era ridotta, si tratta di una condanna esemplare per omicidio volontario legata all’assenza di cure e di assistenza sanitaria.

I fatti si svolsero nella Casa Alloggio per Anziani “Villa Sant’Andrea” di Aprilia. La signora Pinna morì il 18 luglio 2010 in un ospedale di Gallarate, nel Varesino, dove era stata portata dai parenti, tenuti fino a quel momento all’oscuro della sua situazione. Quattro i condannati, assolti invece altri due imputati, sempre dipendenti della struttura, all’interno della quale veniva esercitata abusivamente l’attività di assistenza sanitaria, come è stato accertato.

Raccapricciante il capo di imputazione stilato dal pm di Latina Maria Cristina Pigozzo: gli imputati, nonostante lo stato di salute dell’anziana, “non deambulante per le conseguenza di una frattura del femore e affetta da cardiomiopatia e morbo di Alzheimer, con totale perdita di autonomia”, non verificarono che la “stessa venisse alimentata e idratata”. Non solo, per l’accusa avrebbero lasciato che “alcune piaghe da decubito, nella zona sacrale, degenerassero fino a interessare un’area di 20-25 centimetri di diametro raggiungendo il quarto stadio con esposizione a livello coccigeo del tessuto osseo”. I giudici hanno accolto le richieste dell’accusa che aveva chiesto pene a 14 anni oltre che per il gestore, per tre operatori addetti all’assistenza e una infermiera professionale.

Ad aggravare la posizione degli imputati, secondo il pm, anche l’occultamento dello stato di salute dell’anziana alla nipote e l’aver impedito ad un medico di base, incaricato da quest’ultima, di visitare la paziente. La signora Pinna morì successivamente nell’ospedale in Lombardia. Gli avvocati Archidiacono e Siciliano hanno espresso “grande soddisfazione per una sentenza legata ad un episodio odioso”.