Le luci nel palazzo di calle Ferraz a Madrid sono rimaste accese fino a tarda notte. Poco prima Pedro Sánchez usciva dalla sede nazionale del partito socialista con volto serio. Nessuna dichiarazione. Tra i socialisti è già guerra aperta. Dopo i pessimi risultati elettorali alle regionali nei Paesi Baschi e in Galizia (dove il partito popolare ha vinto con maggioranza assoluta) e la continua perdita di voti registrata nelle due precedenti elezioni politiche, con cifre mai così basse nella sua centenaria storia, nel Psoe si è aperta la lotta per il potere. Da una parte diciassette membri dell’esecutivo (venti in realtà se si contano anche i tre posti al momento vacanti) su 38, hanno rassegnato le dimissioni per costringere l’attuale segretario del partito a fare un passo indietro. Una mossa inedita che apre una guerra non solo fratricida, ma soprattutto giuridica, visto che secondo lo statuto le dimissioni di metà dell’esecutivo più uno destituirebbero in automatico la figura del segretario generale. Dall’altra Sánchez, appoggiato dal suo cerchio magico, continua a considerarsi alla guida dei socialisti ed esclude la possibilità di lasciare la poltrona. Secondo l’articolo 36 dello statuto, infatti, il comitato federale dovrebbe convocare un congresso straordinario per eleggere un nuovo esecutivo. Proprio a questo articolo fa appello il leader del Psoe e il suo staff. “Facciamo votare i militanti” diceva in una conferenza stampa improvvisata il segretario dell’organizzazione César Luena.

L’ALA CRITICA DEL PARTITO. La mossa dei contestatori arriva in risposta non solo all’ennesimo fallimento elettorale di domenica scorsa, ma anche alla proposta di Sánchez di convocare di punto in bianco un nuovo congresso ed elezioni primarie express il prossimo 23 ottobre. Un passo azzardato, secondo molti, vista la situazione politica generale del Paese. Il dibattito su questa proposta doveva tenersi sabato prossimo con una riunione del comitato federale, ma l’ala critica del partito ha deciso di anticipare i tempi, fermare la proposta e defenestrare lo stesso Sánchez. La decisione, che ha spaccato ufficialmente in due l’anima socialista, arriva qualche ora dopo che l’ex presidente del governo socialista Felipe González, intervistato in radio dalla Cadena Ser, svelava una conversazione in cui lo stesso Sánchez gli aveva confessato che, alla seconda votazione d’investitura, avrebbe optato per l’astensione. “Mi sento ingannato” ha detto González. Un’affermazione che non ha lasciato indifferenti i membri dell’esecutivo del partito, in primis l’andalusa Susana Díaz, la più critica con la posizione di Sánchez. Oggi stesso Díaz convocherà i suoi a Siviglia per concordare una posizione. Molto probabilmente sarà lei a dare l’ultima spallata all’attuale segretario, insieme ai cosiddetti “baroni” regionali dell’ala critica, per prenderne il posto in un prossimo futuro.

L’IDEA DELL’ASTENSIONE. Già da tempo all’interno del partito molti si erano detti perplessi sulla linea intransigente adottata da Sanchez, contraria ad ogni forma di appoggio a un governo guidato dal leader del Partito popolare Mariano Rajoy, nell’ambito della crisi politica che blocca il Paese da ormai nove mesi. Il leader socialista si è sempre dichiarato contrario a lasciare governare il Pp, ma nel partito diversi parlamentari accarezzano l’idea di un’astensione per poi fare opposizione all’interno della nuova legislatura. Più della metà degli 85 deputati socialisti, infatti, sono contrari alla posizione univoca di Sánchez. Tanto più che tornare alle urne per la terza volta, e soprattutto in questo clima, potrebbe significare avere un definitivo tracollo elettorale. Difficile capire adesso cosa succederà: il deputato di Madrid Antonio Miguel Carmona ha parlato di “tristezza diffusa” e della necessità di ricostruire il partito a partire dal comitato federale e dai suoi militanti.

PODEMOS PRO SÁNCHEZ. Non sono mancate nemmeno le reazioni degli altri leader politici. Critico Pablo Iglesias, che ha parlato di “un colpo di regime che vuole avvicinarci a un nuovo governo del Pp e alle sue politiche di austerità”. Podemos finora ha teso le braccia ai socialisti, per formare un governo progressista. Ma senza l’appoggio di Ciudadanos, come invece auspicava lo stesso Sánchez. Stando così le cose sarà difficile adesso pensare ad un’alternativa di governo, che potrebbe evitare al Paese nuove elezioni a dicembre. Commenti anche in ambito popolare. Per Cristina Cifuentes, presidente del Pp di Madrid, la crisi interna ai socialisti “non fa bene a nessuno. La Spagna ha bisogno di un Psoe forte e aperto al dialogo”.

@si_ragu