“Stimata in sette miliardi la popolazione mondiale, per trovare un altro individuo, oltre a Massimo Bossetti, con le stesse caratteristiche genetiche sarebbero necessari centotrenta miliardi di altri mondi uguali al nostro, ossia un numero di persone nettamente superiore non solo alla popolazione mondiale attuale ma anche a quella mai vissuta dagli albori della umanità“. È a pagina 96 che i giudici della corte d’Assise di Bergamo chiudono il capitolo 10, quello delle analisi genetiche, delle motivazioni della sentenza con cui il 1 luglio hanno condannato all’ergastolo il muratore di Mapello accusato di aver ucciso Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate scomparsa il 26 novembre 2010 e trovata tre mesi dopo cadavere.  Quella del Dna è “una prova granitica” a cui si aggiungono “elementi di natura indiziaria.

“La crudeltà di Bossetti”
“Colpita, tagliuzzata e abbandonata a morire nel campo di Chignolo d’Isola” sintetizzano i magistrati. Che in 158 pagine e 27 capitoli hanno ricostruito, tessera dopo tessera, come in un mosaico la morte della ragazzina: ferita alla testa, ai polsi, marchiata con una X e una J e infine uccisa anche freddo. Un film in cui vediamo Yara viva mentre l’uomo, che si è sempre dichiarato innocente, tra gli arbusti spinosi colpisce, punge, esercita la lama per farla soffrire. Per poi abbandonarla agonizzante nel campo che la inghiottì per tre mesi. Quando la vittima fu ritrovata stringeva nella mano un erba e sotto la testa reclinata a sinistra aveva una foglia. Particolari che possono sembrare poco importanti ma è grazie anche alle risposte che hanno dato ai consulenti piante e fiori di quel campo che si è potuto capire che il cuore della tredicenne smise di battere proprio lì dopo quella che la parte civile aveva definito “una orribile operazione di macelleria”.

Secondo i giudici l’imputato “non ha agito in modo incontrollato, sferrando una pluralità di fendenti, ma ha operato sul corpo della vittima  per un apprezzabile lasso temporale, girandolo, alzando i vestiti e tracciando, mentre la ragazza era ancora in vita, dei tagli lineari e in parte simmetrici, in alcuni casi superficiali, in altri casi in distretti non vitali e, dunque, idonea a causare sanguinamento e dolore ma non l’immediato decesso. Dopodiché ha lasciato la vittima ad agonizzare in un campo isolato e dove non è stata trovata che mesi dopo”. Azioni che “disvelano un animo malvagio”, azioni che per i magistrati qualificano “le sevizie in termini oggettivi e prevalentemente fisici, la crudeltà in termini soggettivi e morali di appagamento dell’istinto di arrecare dolore e di assenza di sentimenti di compassione e pietà”.

“Il movente sessuale”
“Non è possibile individuare un movente certo” aveva detto il pm di Bergamo Letizia Ruggero, chiedendo l’ergastolo per Bossetti, ma per i giudici l’omicidio è “maturato in un contesto di avances a sfondo sessuale, verosimilmente respinte dalla ragazza, in grado di scatenare nell’imputato una reazione di violenza e sadismo di cui non aveva mai dato prova ad allora”. Erano stati i legali di parte civile, chiedendo un risarcimento di 3 milioni e 200 mila euro, a introdurre nella istruttoria dibattimentale il “movente sessuale”. “Le lettere che Bossetti ha inviato a una detenuta sono indicative dei suoi gusti sessuali, in linea con le ricerche trovate nel computer della famiglia: in entrambi si parla di dettagli intimi simili. Bossetti è un mentitore seriale, la cui memoria va e viene a seconda della sua convenienza” aveva detto il legale. “Yara aveva il reggiseno slacciato e gli slip tagliati e sul computer dell’imputato sono state rintracciate tracce di ricerche a carattere pedopornografico – si legge ancora nelle motivazioni – tra cui alcune sicuramente riconducibili a lui“. “Il fatto che sul cadavere, il cui stato di conservazione era oltretutto gravemente compromesso, non siano state rinvenute tracce di violenza consumata, del resto, non vale a escludere il movente sessuale in senso lato, testimoniato dagli interventi sul reggiseno e sugli slip e dalla ripetuta applicazione di un tagliente in diversi distretti corporei in modo da fare sanguinare la vittima mantenendola viva”.

“Affidabile la prova del Dna”
Per i giudici “assolutamente affidabile” il profilo genetico nucleare di Ignoto 1, che le indagini hanno stabilito essere Massimo Bossetti, in quanto “caratterizzato per un elevato numero di marcatori Str e verificato mediante una pluralità di analisi eseguite nel rispetto dei parametri elaborati dalla comunità scientifica internazionale”. Vale la pena ricordare che sugli indumenti di Yara sono stati eseguiti 294 prelievi di cui 52 sulle mutandine e su sedici è stato “rinvenuto il profilo” di Ignoto 1, associato a Bossetti. Delle 12 campionature sui leggins della ragazzina e due hanno “restituito il profilo di Ignoto1”.  “È la presenza del profilo genetico dell’imputato – scrive la Corte presieduta da Antonella Bertoja – a provare la sua colpevolezza: tale dato, privo di qualsiasi ambiguità e insuscettibile di lettura alternativa, non è smentito né posto in dubbio da acquisizioni probatorie di segno opposto ed anzi è indirettamente confermato da elementi ulteriori, di valore meramente indiziante, compatibili con tale dato e tra loro”.

I tabulati telefoni e le particelle di calce
“Il rinvenimento del profilo genetico di Bossetti e la sua collocazione provano che egli è l’autore dell’omicidio; dai tabulati telefonici si ricava che la sera del fatto” – il 26 novembre 2010 – “non era altrove; dalle intercettazioni di conversazioni tra presenti che egli quella sera rientrò a casa più tardi del solito e che neppure nell’immediato, non solo a quattro anni di distanza, disse alla moglie cosa avesse fatto e dove fosse stato”. Non solo, scrivono i giudici: “La sua attività professionale spiega l’inusuale concentrazione sul cadavere di particelle di calce e di sferette di metallo (presenti sul corpo della vittima, ndr) frutto di lavorazioni a caldo o localmente a caldo, di cui solo indumenti e mezzi di lavoratori del settore siderurgico e del settore edilizio possono essere contaminati. La certezza dell’indizio non va confusa con la certezza del fatto da provare, giacché ciò che caratterizza l’indizio è proprio l’ambiguità”.

La dinamica resta oscura
I magistrati ammettono che “ciascuno di tali elementi, considerato isolatamente, è suscettibile di letture e spiegazioni diverse ma, ove lo si valuti unitamente agli altri, converge in una direzione, che è quella tracciata dalla prova genetica, di sé sufficiente, anche in via autonoma, a fondare il giudizio di colpevolezza“. “È vero che la dinamica del fatto resta in gran parte oscura, ma ciò non scalfisce il dato probante rappresentato dal rinvenimento del Dna su slip e pantaloni” argomentano i giudici. “La collocazione del profilo genetico” di Bossetti sugli indumenti della 13enne “prova non solo che l’imputato e la vittima sono entrati in contatto ma che lui è l’autore dell’omicidio e, a fronte di tale dato, le residue incertezze su dove si sono incontrati, su come la vittima sia stata indotta a salire sul suo mezzo o su quale sia stata la successione dei colpi non rilevano”. L’omicidio di Yara fu “di inaudita gravità”.