Sembrava fatta, questione di ore. Invece anche Salvatore Tutino getta la spugna. Prima di salire sul ring. Il consigliere della Corte dei conti si fa da parte nella corsa a ricoprire il ruolo di assessore al bilancio del comune di Roma. A raffreddare la disponibilità a far parte della squadra della sindaca Virginia Raggi è stata l’accusa di far parte della casta che gli è stata mossa da alcuni esponenti grillini a cominciare da Roberto Fico. E mentre nella Capitale si consuma lo scontro tra vecchia guardia e “nuova generazione” del Movimento, Beppe Grillo su Twitter invita i suoi a frenare le dichiarazioni sulla questione romana per arginare le polemiche. 

“Non posso accettare – spiega Tutino – accuse totalmente infondate e prive di ogni elemento di verità. Avevo dato la mia disponibilità, consapevole delle difficoltà e dei rischi che l’impegno avrebbe comportato. Ma pensavo a difficoltà legate all’impegnativo lavoro che mi sarei trovato ad affrontare come assessore al bilancio della Capitale”.

“Invece da diversi giorni – continua Tutino- sono sulla graticola sottoposto a esami surreali. Sono diventato oggetto di una contesa in cui, più che i curricula, contano le illazioni e dove le falsità e le beghe di una certa politica fanno aggio su professionalità e impegno. Gli attacchi, del tutto ingiustificati, da parte di esponenti della forza politica che dovrà sostenere le scelte della giunta, minano alla base ogni possibilità di un proficuo lavoro. Perciò, nel ringraziare la sindaca per la considerazione, ritiro la mia disponibilità a fare l’assessore al bilancio. Continuerò, con serenità e rinnovato impegno, a dare il mio contributo alla Corte dei conti”. 

L’ex superispettore tributario mette il dito nella piaga: le divisioni all’interno del M5S della Capitale. “Il primo che si alza batte un colpo – attacca – e anche le persone animate da buone intenzioni, e serie come la Raggi, se non sono messe nelle migliori condizioni non possono fare molto. Sono beghe loro e se le risolvano tra di loro. L’unico timore che ho, come cittadino di Roma, che la situazione sia davvero difficile”.

L’ultima critica all’indirizzo del candidato scelto dalla Raggi era arrivata da Roberto Fico. Il 25 settembre, in un’intervista a La Stampa, il membro di quello che prima di Italia 5 Stelle era il direttorio nazionale, spiegava: sul responsabile del Bilancio “deve scegliere Virginia, ma su quella persona noi abbiamo fatto delle interrogazioni parlamentari, atti motivati e scritti che è bene che un sindaco 5 stelle valuti prima di decidere. Magari ci siamo sbagliati e ha ragione il sindaco, ma quegli interventi vanno presi in considerazione”. Il giorno successivo Carla Ruocco era stata più evasiva, ma non meno efficace: “Sugli assessori come su altro, noi avevamo proposto tutti assieme un’idea del governo della città, condivisa. Ma il sindaco è Raggi, decida lei e poi, qualunque cosa succeda, si assuma le sue responsabilità“.

La vicenda inizia addirittura nel 2013 quando, sotto il governo Letta, la nomina da parte del Cdm di Tutino a consigliere della Corte dei Conti, si attirò le critiche di alcuni parlamentari del M5S. Sotto i riflettori finì la designazione sua e di altri quattro giudici varata poco prima che entrasse in vigore il tetto di 300 mila euro sul cumulo di pensioni, vitalizi e stipendi pubblici. Alessandro Di Battista dedicava alla vicenda un lungo e polemico post su Facebook.

“Nella legge di stabilita si introduce un tetto massimo di 300.000 euro ai redditi per i dipendenti pubblici – scriveva il membro del direttorio M5S – le amministrazioni non potranno quindi erogare stipendi che, cumulati con quelli già percepiti come pensioni (compresi i vitalizi, conseguenti anche a funzioni elettive), superino questo tetto. In questo modo non viene previsto un divieto di cumulo, ma viene posto un importo massimo. Sono fatti salvi i contratti in corso alla data di approvazione della legge. Ecco perché stamattina – accusava all’epoca il grillino – il Consiglio dei ministri si è riunito in fretta e furia: doveva nominare cinque esponenti della casta per fare in modo che prendessero la poltrona prima dell’entrata in vigore della Legge di stabilità”. Seguivano i nomi incriminati, nominati dal cdm su proposta dell’allora premier Enrico Letta: “Salvatore Tutino, Italo Scotti, Siegfried Brugger, Daniele Caprino, Angela Pria”.

Ora la decisione di fare un passo indietro. Eppure solo questa mattina, il consigliere ribadiva la propria disponibilità alla sindaca Raggi, sorvolando sulle polemiche: “Lasciamo perdere – argomentava Tutino in un’intervista al Messaggero – io non voglio accusare nessuno, se mi dicono che appartengo alla casta mi vedo proiettato improvvisamente in un orizzonte sconosciuto”. “La casta – osserva – da che mondo è mondo è collegata alla politica, quindi ai politici, non a me”. Anzi, ribadiva, “io sono disponibile, aspetto le decisioni delle persone competenti e con la casta non ho nulla a che fare”.