Alcune grandi compagnie svizzere specializzate nel trading di materie prime “stanno inondando l’Africa di carburanti tossici”. Vendendo a Paesi come Angola, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Congo e altri diesel e benzina che in Europa sarebbero illegali per via dell’alta concentrazione di sostanze nocive. L’accusa arriva dalla ong elvetica Public Eye, che lo scorso 14 settembre ha pubblicato il report “Dirty Diesel”, in cui tra le altre cose rende noti i risultati delle analisi condotte su carburanti prelevati in otto Paesi dell’Africa occidentale: i campioni analizzati “presentano una quantità di zolfo fino a 378 volte quella consentita in Europa”, a cui si aggiungono altri potenti inquinanti come il benzene e i policiclici aromatici “in concentrazioni che non sarebbero mai consentite in carburanti europei o statunitensi”.

Nei Paesi occidentali è ormai noto che lo zolfo, con i suoi composti derivati dalla combustione (tra cui l’anidride solforosa) è uno dei principali agenti inquinanti dell’aria, mentre il benzene e altri componenti del petrolio sono cancerogeni. In Africa, tuttavia, gli standard dei carburanti non sono stati adeguati a queste nuove conoscenze e ciò consente alle compagnie occidentali, con il placet dei governi locali, di continuare a produrre carburanti “di qualità africana” (come vengono definiti dai trader) a basso costo. “Incrementando l’inquinamento dell’aria, i carburanti con alta concentrazione di zolfo hanno conseguenze dirette sulla salute delle persone”, afferma l’organizzazione.

Sotto la lente di Public Eye sono finiti giganti del trading petrolifero come Trafigura (presente nelle pompe di benzina africane con i marchi Puma, Pumangol, Gazelle e Ubi), Vitol (che possiede il brand Vivo Energy insieme alla Shell), Oryx e Lynx Energy, e più lateralmente anche Glencor, Mercuria e Gunver. Si tratta di compagnie che nella maggior parte dei casi hanno sede legale in Svizzera e bracci operativi nella cosiddetta zona “ARA” (Amsterdam, Rotterdam, Anversa), dove è incentrata l’attività di produzione ed export. Come riporta la ong, un ente regolatore britannico ha definito queste compagnie the known unknowns, le “note sconosciute”, per via dell’opacità che caratterizza il settore in cui operano. L’inchiesta ha preso le mosse dal disastro ambientale della Probo Koala, la nave operante per conto di Trafigura, che la sera del 19 agosto 2006 ha scaricato nel porto di Abidjan, in Costa d’Avorio, più di 528 tonnellate di scorie tossiche provenienti dalla lavorazione del petrolio. “Come tutti quanti, ci siamo concentrati sulle scorie che avevano causato una catastrofe sanitaria”, spiega la ong di Zurigo nel suo report, ricordando i 15 morti e le 100mila persone che si sono ammalate più o meno gravemente in seguito al disastro.

Ma dopo Probo Koala un’importante questione rimaneva aperta: cosa ne è stato di quella benzina? Partendo da questa domanda, l’organizazzione ha provato, nell’arco di tre anni, a ricostruire la mappa dei traffici dei carburanti venduti dalle cosiddette commodity trading companies, cioè compagnie di commercio di materie prime, ai Paesi africani. Uno degli aspetti più allarmanti, secondo Public Eye, è il fatto che le stesse società non si limitano a comprare e rivendere il carburante, ma miscelano anche il prodotto uscito dalla raffineria con altre sostanze di bassa qualità per ottenere il diesel e la benzina “africani”, e rivenderli direttamente nelle pompe sotto altri brand. Le operazioni di miscelazione, che consentono di realizzare carburanti su misura per i deboli standard dei Paesi di destinazione, avverrebbero sia in territorio europeo (dove questi carburanti sono illegali) che nelle navi in mare, come nel caso della Probo Koala. “Le società svizzere producono in Europa un carburante che non potrebbe mai esservi venduto”, dichiara Public Eye, spiegando inoltre che se si passasse all’utilizzo di diesel con bassa quantità di zolfo (limite di 10 ppm, come in Ue), “l’Africa potrebbe prevenire 25mila morti premature per il 2030 e altre 100mila per il 2050”.

Dopo la pubblicazione del rapporto, le compagnie Trafigura e Vitol hanno replicato osservando che gli standard qualitativi dei loro carburanti spesso sono (a volte di gran lunga) migliori degli stessi limiti imposti dai Governi africani, e che sono gli stessi Governi “a controllare e gestire l’import di carburanti e solo loro possono determinarne gli standard”. In altre parole, fanno notare che se non ci fossero loro a fornire diesel e benzina di quella qualità, verrebbero semplicemente rimpiazzati da qualche altra compagnia, magari con una “reputazione più bassa”, e “in Africa non cambierebbe niente”.