Vincenzo Consoli, ex ad e poi direttore generale di Veneto Banca fino all’estate 2015, arrestato martedì con le accuse di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, era il “dominus” indiscusso dell’istituto, si era costruito un ruolo di “assoluto predominio” grazie ad un’azione “radicale e profondamente accentratrice” e ha continuato fino a oggi a “intervenire in specifiche dinamiche dell’azienda” e “esercitare pressioni” su manager, dipendenti e consiglieri. A scriverlo è il gip di Roma Vilma Passamonti nelle 162 pagine di ordinanza con la quale ha disposto la custodia ai domiciliari per Consoli e sequestri per un totale di oltre 45 milioni di euro.

Nelle carte sono riportate anche alcune intercettazioni in cui il manager, la cui presenza secondo il giudice era “egemonica”, attacca la vigilanza di Bankitalia. Per esempio, nel febbraio 2015, parlando al telefono con il consigliere Luigi Rossi Luciani, Consoli parlava della necessità di defilarsi “per fornire – secondo il gip – un segnale di cambiamento agli organi di vigilanza tali da poterne poi affievolire la forte pressione“. “Io devo andar via, è inutile che stiamo qui, che se no questi qui continueranno – spiega Consoli – …dobbiamo ritornare al vecchio, secondo me, almeno, no visto che io passo le notti insonne, per il bene dell’azienda bisogna ritornare al vecchio contratto che diceva che io ad aprile 2016 lascio…”. Poi però aggiunge: “Se avete bisogno di una mano, come contratto di consulenza per gestire il grande capitale, perché comunque è un grande capitale che conosco io, che posso gestire io, mi fate un contratto di consulenza esterna alla banca in modo tale che non possa creare disagi rispetto alla Banca d’Italia, alla Bce“.

Seguono gli insulti a Carmelo Barbagallo, capo del dipartimento Vigilanza di Palazzo Koch: “Barbagallo è un figlio di p... sicuramente si, ma più che un figlio di p… è un idiota, visto che c’abbiamo sotto il telefono, e Ignazio Visco, però questi sono, le autorità, purtroppo, non sono responsabili….”. Poco più avanti, di fronte ai dubbi del suo interlocutore sulla soluzione scelta, ribadisce il concetto: “Hai visto i giornali oggi…questi qui fra poco ce la smontano, questi qui continueranno a smontarla, quindi non possiamo permettercelo, qui stiam giocando con 5 miliardi della gente, di capitale della gente”. A tanto, in effetti, ammonta il crac che ha azzerato i risparmi di più di 87mila soci. “Poi, più in là, magari qualcuno dovrebbe fare un qualche ragionamento sulla Banca d’Italia, ma sono considerazioni da fare successivamente. Oggi dobbiamo guardare al bene della banca”.

Secondo il giudice è Consoli il principale artefice delle “anomalie” messe in luce prima dall’ispezione della Banca d’Italia dal 15 aprile al 9 agosto 2013, poi dagli accertamenti della Bce nel novembre 2014 e infine dall’ispezione disposta dalla Consob ad ottobre 2015: “Concessione di finanziamenti ad azionisti della stessa banca, erogazione del credito in maniera diffusamente disinvolta e senza l’adozione delle prescritte garanzie e/o valutazione dei rischi (con conseguente insorgenza di maggiori previsioni di perdite rispetto a quelle contabilizzate), fissazione del prezzo dell’azione ‘Veneto Banca’ in maniera sovrastimata rispetto ai prescritti parametri economico/reddituali e patrimoniali”. Vi sono “univoci indizi”, si legge nell’ordinanza, che attestano come i vertici dell’istituto e in particolare Consoli “abbiano attuato ripetutamente una politica aziendale distonica rispetto gli ordinari canoni di corretta gestione del credito, palesando invece gravi carenze“. In sostanza, una serie di comportamenti che hanno generato “effetti negativi a catena, erosivi del capitale della banca”.