L’effetto Parisi è che Angelino Alfano si volta di nuovo per la prima volta in modo convinto verso Forza Italia. E per convincere i berlusconiani a farsi accogliere di nuovo vanta le riforme del governo di Matteo Renzi che in teoria sarebbe il segretario del Pd, principale partito del centrosinistra: articolo 18, responsabilità civile dei magistrati, tasse diminuite. L’effetto Parisi è anche che il centrodestra non è quello di Milano, ma quello di Roma: il segretario della Lega Nord Matteo Salvini passa l’intera giornata a criticare Stefano Parisi (che tra l’altro non ha nemmeno cominciato, visto che la sua convention è a settembre), mentre la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha già detto che, sì, Parisi bravo nelle sue aziende, ma era più facile per lui vincere a Milano che per la Appendino vincere a Torino e “per piacere a tutti si finisce per perdere”. Come se non bastasse Raffaele Fitto, capo dei Conservatori e riformisti ha detto che “prima si parte dal programma e poi si pensa alla leadership”. Insomma, la sintesi è quella sarcastica dell’ex ministro Gianfranco Rotondi: “E’ indubbio che Stefano Parisi compatta il centrodestra“.

Alfano si ripresenta alla porta del centrodestra in un momento delicato per il destino del referendum costituzionale e del governo Renzi. Le riforme istituzionali sono state la ragione sociale dell’esecutivo, ma anche il movente principale della scissione del Pdl in Forza Italia e Nuovo Centrodestra. E ora l’Ncd sta vivendo settimane difficili con le spinte di una fetta del partito verso destra e abbandoni eccellenti, come le dimissioni da capogruppo al Senato di Renato Schifani. Così un po’ per placare le pulsioni berlusconiane interne al suo partito e un po’ per sapere dove sedersi in caso di emergenza (elezioni anticipate) Alfano comincia a rifare l’occhiolino agli ex colleghi di partito. Dice che le divisioni con Forza Italia sono “superabili”, ma che “dal mio punto di vista, noi siamo quelli di centrodestra che hanno contribuito ad un governo che ha eliminato l’articolo 18, che ha introdotto la responsabilità civile dei magistrati, che ha diminuito le tasse e che ha fatto ricominciare a crescere il Sud”.

Il problema principale, in questo momento, è il referendum: Ncd è per il sì, Forza Italia (Parisi compreso) è per il no. Per Alfano anche questa è una “questione superabile in prospettiva”. Ma a rispondere per primo è il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, quasi sprezzante: “Ancora una volta Alfano s’offre: ‘s’, apostrofo, ‘offre’. Se vuole davvero costruire qualcosa con Forza Italia e con gli altri partiti dell’area di centrodestra prima tolga la fiducia a Renzi, faccia cadere il governo, e poi se ne può parlare”. Il referendum non è “superabile”, aggiunge Brunetta, ma “dirimente”. Quindi Alfano deve “riconoscere i suoi errori”, altrimenti resterà “esule, con Renzi e Verdini”.

Il lumicino di speranza portato dall’iniziativa di Stefano Parisi – che a Milano aveva unito tutti, da Ncd alla Lega – è spento anche sul fronte del Carroccio. “Il discrimine non è tra moderati e populisti come dice qualcuno, è tra servi e uomini liberi” taglia corto il segretario Matteo Salvini parlando a Radio Padania. Salvini ha detto di non sentire Berlusconi da tempo: “Se Parisi è stato chiamate a sistemare le cose interne a Forza Italia bene, affari loro. Ma noi non ci alleiamo con chi propone un fritto misto che a livello nazionale non ha funzionato. Chi propone alleanze con Alfano, Verdini, Tosi, Cicchitto e Passera ha sbagliato a capire… Chi difende l’euro, sostiene Merkel o tifa la Clinton negli Usa non può essere alleato della Lega”. Alfano si felicita di questa posizione: “Il fatto di non voler stare insieme è una delle pochissime cose che ci unisce” dice il ministro dell’Interno, ipotizzando che con una aggregazione di moderati tornerebbero sia dalla Lega sia dal M5s diversi milioni di voti persi negli ultimi anni dall’area del vecchio Pdl. Non aiuta Alfano la nuova richiesta di primarie.

Ma il quadro è talmente disordinato che Parisi è “respinto” con sospetto da parte della dirigenza di Forza Italia (il governatore ligure Giovanni Toti per esempio negli ultimi giorni ha premuto sull’acceleratore sui temi dell’immigrazione), ma divide la stessa Lega Nord. Il “federatore” non convince Salvini, ma piace al presidente della Lombardia Roberto Maroni (anche per ricandidarsi alla conferma nel 2018) e a quella parte del Carroccio critica nei confronti del progetto di una Lega “lepeniana” che dovrebbe imporsi anche fuori dalla “Padania“. Salvini, che con i centristi non dialoga, spesso è uscito dall’imbarazzo di questa alleanza scomoda, sottolineando che “un conto sono le intese nazionali, un altro quelle locali”. Ma l’arrivo di Parisi ha fatto venire i nodi al pettine, mettendo in crisi anche il suo progetto di conquistare la leadership di centrodestra.