La Giunta per le Immunità ha detto sì alla decadenza di Augusto Minzolini. Che aveva comunque annunciato le sue dimissioni dalla poltrona di Palazzo Madama. Annuncio arrivato prima della decisione e puntando il dito contro chi, condannandolo a due anni e mezzo per peculato continuanto, ha di fatto avviato l’iter per la perdita della carica di senatore. L’ex direttore del Tg1, senatore di Forza Italia, sostiene di aver subito “un giudizio non equo”, che ha preso il via “grazie ad un esposto di Antonio Di Pietro” ed è stata “vittima” di un “avversario politico” poi tornato in magistratura.

La vicenda è quella dell’uso delle carte di credito della Rai con le quali Minzolini, nel periodo in cui è stato direttore del Tg1 (dal giugno 2009 al dicembre 2011), avrebbe totalizzato spese per circa 65mila euro. In primo grado Minzolini era stato assolto dal tribunale di Roma, una sentenza poi ribaltata dalla Corte d’Appello. Ma l’effetto più importante di una sentenza che – come la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici – al momento è sospesa, è quello dato ancora dalla legge Severino.

Il senatore, per cui l’ultima parola spetta all’Aula, parla anche di “strana circostanza” riferendo di quando “due giorni prima” della decisione degli ermellini venne cambiato uno dei consiglieri del collegio giudicante, quello che poi confermò la sentenza di condanna di secondo grado. “La battaglia che ho intrapreso – osserva Minzolini – va al di là della mia persona”. E qualunque sia “la vostra decisione – avverte – io comunque mi dimetterò”. “Mi sono rivolto alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo“, assicura, e “non ho mai avuto problemi con la giustizia. I miei guai sono cominciati e finiti con la Rai”. Periodo durante il quale “ho assunto posizioni divisive che ho pagato”. Ma la vicenda giudiziaria “in cui sono coinvolto ha dell’assurdo e della persecuzione” racconta l’ex direttore del Tg1 che davanti alla Giunta presieduta da Dario Stefano (Misto).

Inoltre l’avvocato Federico Tedeschini rivolgendosi alla Giunta sostiene che “se la Corte europea dei diritti dell’uomo desse torto allo Stato italiano, questo sarebbe tenuto al risarcimento del danno, che è anche di immagine oltre che di mancato stipendio. E questo risarcimento dovrebbe venire recuperato da chi ha provocato tale danno, cioè voi….”.