“Nessuno è in grado di dimostrare il nesso di causalità tra il tumore di Lorenzo e i fumi dell’Ilva, ma la mia famiglia lavorava lì e i miei nonni, mia mamma sono morti di tumore. Mio suocero anche era all’Ilva e mia moglie, durante la gravidanza, lavorava nel quartiere Tamburi”. Quel 17 agosto 2012, Mauro Zaratta salì sul palco per raccontare la storia del suo piccolo Lorenzo ammalato di cancro al cervello e disse ciò che poco prima i periti del gip Patrizia Todisco avevano messo nero su bianco nelle carte dell’inchiesta ‘Ambiente svenduto’. “Da quei camini – disse Mauro stringendo la foto del suo piccolo Lollo – non esce acqua di colonia, ma gas in grado di modificare il dna e provocare errori genetici come quello di mio figlio”. Due anni dopo, il 30 luglio 2014, Lorenzo è morto. Il tumore al cervello lo ha ucciso. Cinque anni, compiuti tre giorni prima di morire, durante i quali si è sottoposto a dolorose cure di chemioterapia, ben 25 operazioni e un trasferimento forzato a Firenze, in uno dei migliori reparti di neurochirurgia non sono bastati.

A distanza di qualche anno, la scienza ha scoperto qualcosa. I consulenti tecnici del legale difensore della famiglia Zaratta sostengono che nel cervello di Lorenzo c’erano “numerosi corpi estranei” tra cui ferro, acciaio, zinco e persino silicio e alluminio. Nel cervello di un bambino di pochi mesi c’era acciaio e altre sostanze che non dovevano esserci. Ma come è possibile che quelle sostanze siano arrivate nel suo organismo? Secondo Antonietta Gatti, fisico e bioingegnere, autrice di una serie di analisi sui campioni biologici del piccolo Lorenzo, il caso è “emblematico” perché “si tratta di un bambino ai suoi primi mesi vita e quindi l’esposizione a inquinamento ambientale è quasi pari a zero” e pertanto “la causa è da ricercare nell’esposizione della madre durante la gravidanza”. La mamma di Lorenzo, durante la sua gravidanza, lavorava nel  quartiere Tamburi, a pochi metri dalle ciminiere e dalle emissioni nocive dell’Ilva. “La possibile spiegazione – si legge in una relazione consegnata alla famiglia – della presenza di polveri d’acciaio” nel corpo di Lorenzo “è legata al fatto che, all’epoca della gravidanza, la madre viveva a Taranto e lavorava in una zona notoriamente soggetta a inquinamento di polveri da acciaieria” e di “numerose altre polveri come quelle di magnesio e di zinco” che risultano “compatibili con la stessa provenienza”.

A questo bisogna aggiungere il quadro storico: diversi membri della famiglia dei genitori erano morti di tumori e il nonno materno di Lorenzo lavorava nello stabilimento siderurgico tarantino. Per Maria Grazia Andreassi dell’Unità di epidemiologia molecolare e genetica dell’istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa e per Emilio Luca Antonio Gianicolo dell’Unità epidemiologia e statistica dell’istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Lecce (anche loro consulenti di difesa) “solo vivere e lavorare nel quartiere Tamburi di Taranto ha conferito, alla nascita, un rischio aumentato di sviluppare cancro, e in particolare cancro al cervello” che si è concretizzato nella “abnorme presenza di particelle potenzialmente tossiche nei tessuti”. Insomma vivere ai Tamburi fa aumentare il rischio di sviluppare tumori, eppure non sarebbe bastata questa “documentata predisposizione genetica a sviluppare e/o trasmettere un danno oncologico” a uccidere Lorenzo. Gli esperti hanno stabilito che il “dito sul grilletto” è stato “premuto dai tossici ambientali”: senza di loro la “predisposizione genetica sarebbe rimasta caricata a salve per tutta la vita”.

Ora tocca alla magistratura rispondere alla domanda principale: è stata l’Ilva a uccidere Lorenzo? L’avvocato Leonardo La Porta, che assiste la famiglia Zaratta, ha depositato le relazioni in procura perché, ancora una volta, siano i giudici a cercare la verità. Una verità che non restituirà Lorenzo ai suoi genitori, ma che forse potrebbe aiutare a comprendere la portata del danno ambientale e sanitario subito dai tarantini. E soprattutto dai bambini.