A Torino la mafia scompare dai programmi politici. A cinque anni dall’operazione “Minotauro”, la valanga di arresti che l’8 giugno 2011 rivelavano le infiltrazioni della ‘ndrangheta nella provincia – confermate poi dalle condanne definitive – i politici sembrano aver dimenticato i pericoli costituiti dalle organizzazioni criminali. Lo denuncia Libera Piemonte dopo l’analisi dei programmi dei 17 candidati sindaci di Torino e delle loro 34 liste.

“Dare un nome a un fenomeno è il primo modo per riconoscerlo”, si legge nel documento presentato a pochi giorni dalle amministrative. E il nome viene usato poco e in maniera poco articolata. L’unico a dedicare alcuni paragrafi al tema della “mafia” è Piero Fassino che promette la costituzione di un fondo per il sostegno alle vittime di racketusuragioco d’azzardo e l’obbligatorietà di costituirsi parte civile nei processi contro la criminalità organizzata. La parola “mafia” compare anche nel programma della candidata del M5S Chiara Appendino, ma solo per accompagnare un’intercettazione di Salvatore Buzzi sul business degli immigrati tratta dall’inchiesta su “Mafia capitale”.

Nel programma del Partito Comunista d’Italia di Marco Rizzo si parla invece di “mafia degli appalti” in merito alla corruzione nel settore della sanità (lombarda). Più articolata, invece, la proposta del candidato del “Popolo della famiglia” Vito Colucci che parlando di “criminalità organizzata” propone “maggiori aiuti a chi denuncia fenomeni di usura, sfruttamento e infiltrazioni”. Sempre Colucci rilancerebbe la lotta alla corruzione ed è uno dei pochi a ricordarsene insieme al candidato di “Torino in Comune” Giorgio Airaudo (che vorrebbe escludere le persone coinvolte in reati contro la pubblica amministrazione), al rappresentante di “Italia dei valori” Mario Cornelio Levi (che mette il tema legalità al primo punto) e a Rizzo. “Vista la complessità del fenomeno abbiamo inoltre scelto di collegarlo agli appalti e alla trasparenza”, spiegano poi quelli di Libera. Chiara Appendino fa della trasparenza un punto centrale del suo programma puntando molto sugli open data come strumento di controllo e monitoraggio. Pochi si concentrano sulla prevenzione (c’è chi propone corsi di educazione alla legalità nelle scuole, però spesso delegati alle forze dell’ordine), mentre quasi tutti puntano al contrasto della microcriminalità nei quartieri.

“È evidente che ci sia una sottovalutazione del fenomeno – scrivono ricordando l’anniversario di Minotauro- È proprio la sottovalutazione a lasciare le porte aperte alla criminalità organizzata di stampo mafioso che, anche in Piemonte ed in provincia di Torino, ha condizionato la partecipazione democratica alle elezioni e persino le scelte amministrative”. Citano le condanne definitive per concorso esterno in associazione mafiosa a Nevio Coral, ex sindaco di Leinì, e per associazione mafiosa di Bruno Trunfio, ex assessore di Chivasso, e lo scioglimento di due municipi, Leinì e Rivarolo Canavese. E – a onor di cronaca – va ricordata la telefonata tra l’onorevole Pd Mimmo Lucà e il presunto boss Salvatore De Masi al fine di reperire voti per Fassino alle primarie del 2011. “I territori che sottovalutano il pericolo o che lo rimuovono sono facilmente colonizzati dalle mafie”. Sugli scarsi riferimenti alla corruzione aggiungono che “non possiamo e non dobbiamo relativizzare o accettare la corruzione come un male necessario e sottovalutarne gli effetti nefasti”.

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