Si avvicina la fine di maggio, e con essa volge al termine la fase più competitiva della concorrenza fra le imprese televisive, più o meno a pagamento. E calandosi nei sondaggioni dell’auditel emerge la conferma, anzi la accentuazione, di un andamento rilevato già ad aprile perché la platea complessiva si è ulteriormente ristretta (22,3 milioni contro 22,8 milioni) rispetto a quella dell’anno passato. Tra le 19 e le 23, la fascia oraria più significativa per misurare “quanta” televisione vedono gli italiani, gli spettatori medi sono 22,3 milioni e cioè mezzo milione in meno rispetto all’anno scorso, consolidando ulteriormente, rispetto all’acmè del 2013 (eravamo a 23,8 milioni), il calo iniziato ai primi, lievissimi, cenni di ripresa dell’economia.

Anche l’auditel, infatti, percepisce la differenza fra crisi e ripresa, perché nella fase di sviluppo le platee sono meno numerose che nei periodi bui in quanto i più fortunati, appena hanno qualche soldo in più da spendere, spengono la tv ed escono di casa a fare dell’altro. Tanto più che i programmi grazie ai vari tipi di offerta on demand sono a disposizione quando pare a te e non quando fa comodo al palinsesto. Nel contempo, chi nella crisi ci resta impigliato resta anche prigioniero del tinello e del salotto. Che è esattamente quanto emerge osservando la stratificazione economica e sociale del rapporto con il video casalingo. Emerge infatti che rispetto a un decremento complessivo del –6,41% ,il fenomeno è molto più accentuato (-20%) per chi appartiene a un livello basso sia economico che sociale mentre, in controtendenza, si affolla ancora di più (+33,35%) davanti alla tv chi economicamente soffre pur essendo di livello sociale definibile alto, quantomeno in base ai titoli di studio (dal canto loro gli altri gruppi economico sociali e cioè la variegata società di mezzo e l’élite spengono sì la tv, ma in misura prossima alla media generale).

Questi comportamenti ci paiono eloquenti nella loro brutalità. Sembra infatti che le opportunità di reddito consentite dalla “ripresina” riguardino innanzitutto le mansioni meno qualificate, mentre, i tempi sono tuttora neri, anzi nerissimi per il classico ceto medio, pieno di figli studiosi e disoccupati. Il ceto che dispone di un qualche capitale culturale, ma non di risorse patrimoniali e, per di più, a causa delle varie spending review e delle disintermediazioni provocate dai software, vede rarefarsi i posti di amministrazione che era solito presidiare. Il ceto che, se fosse in USA, sarebbe tentato di votare per Trump, non si sa bene per cosa, ma è chiarissimo contro chi: gli altri.