Dodici candidati, da quelli dell’estrema destra a quelli antiproibizionisti, ma solo due reali contendenti: saranno il conservatore Zac Goldsmith e il laburista Sadiq Khan a sfidarsi veramente alle urne nella giornata di giovedì 5 maggio, quando i londinesi dovranno scegliere il successore di Boris Johnson, il vulcanico Tory – da molti definito “un Donald Trump politicamente corretto” – che ora punta chiaramente alla leadership del partito in chiave decisamente antieuropeista. Londra così, una città da quasi 9 milioni di abitanti, di cui almeno 250mila italiani e in generale di cui più del 37% di origine straniera (dati del censimento del 2011), cerca un suo nuovo re, un sindaco che grazie a una riforma di non molti anni fa ha poteri molto forti, paragonabili a quelli di un sindaco di una grande città italiana. Non è così nel resto del Regno Unito, dove spesso i primi cittadini hanno una carica più simbolica che operativa, ma la città del Big Ben è una metropoli difficile da gestire, complicata, una capitale del mondo dalle mille variabili da fare incastrare alla perfezione affinché funzioni.

Il grande favorito di queste elezioni, tuttavia, è solo uno: si tratta di Khan, avvocato di origine pachistana, parlamentare in rappresentanza del multietnico quartiere meridionale di Tooting, musulmano praticante ma anche favorevole ai diritti Lgbt. L’aver votato a favore della legge che introdusse il matrimonio fra persone dello stesso sesso, nel 2013, gli procurò persino alcune minacce di morte. Ma Khan – almeno, questa è l’immagine che si è costruito – è uno strenuo difensore dei diritti civili di tutti. Vuole una Londra più a sinistra, più solidale e meno attaccata al capitale, vorrebbe più edilizia sociale e a prezzi calmierati e, perché no, agevolazioni per i meno abbienti. In un Regno Unito dove il taglio alla spesa sociale è stato molto sostenuto negli ultimi anni e in una Londra dove i prezzi delle abitazioni sono alle stelle e contro ogni logica, drogati dagli investitori internazionali (sceicchi arabi, oligarchi russi e anche molti italiani) che vengono al di qua della Manica solo per comprare appartamenti e ville, questi punti del programma di Khan non sono roba di poco conto.

Dall’altro lato, Goldsmith, erede del miliardario (non milionario, proprio miliardario) Sir James Goldsmith, un candidato sindaco espressione della Londra decisamente ‘bene’, forte dei suoi studi al college di Eton (dove sono cresciuti quasi tutti gli uomini di governo e del parlamento di Westminster) e all’Università di Cambridge. Giornalista e ambientalista, è parlamentare per il seggio di Richmond Park dal 2010. Un seggio decisamente ‘in’, una delle zone più ricche e lussuose della Grande Londra, non lontano dall’aeroporto di Heathrow, il più trafficato della metropoli, che proprio Goldsmith non vorrebbe vedere ampliato.

Quello degli aeroporti è un tema molto caldo in città, in quanto ancora non si è ben capito quale dei cinque scali debba essere allargato per fare fronte alle necessità di una città sempre più trafficata e sempre più colpita da ingorghi di merci e di esseri umani. Ma Goldsmith all’ambientalismo un po’ radical chic abbina anche i temi cari ad altri partiti europei, anche italiani. Per esempio, è sempre stato un grande sostenitore del ‘recall’, la capacità degli elettori di mandare a casa, nel caso di inadempienze, gli eletti. Una riforma in tal senso, seppur molto blanda, fu introdotta nel Regno Unito nel 2014 anche grazie all’impegno di Goldsmith. E il pupillo dei Tory, rispettando la logica del mandato popolare, ha chiesto con un referendum nella sua circoscrizione di poter candidarsi come sindaco. I ricchi di Richmond hanno detto di sì, ora si vedrà che cosa succederà giovedì nelle urne di tutta la capitale.

A Londra, il 5 maggio, si voterà inoltre per l’assemblea cittadina, in pratica una sorta di potente consiglio comunale con 25 poltrone. Per il parlamentino londinese corre anche un’italiana, Ivana Bartoletti, laburista in rappresentanza delle zone di Havering e Redbridge. Una candidatura con molte speranze: in questa ‘constituency’ si elegge un solo componente dell’assemblea cittadina, che va al primo partito per preferenze, ma alle elezioni del 2012 il Labour fu solo di poco il secondo partito, dopo quello conservatore. Non un compito impossibile, quindi, per Bartoletti, impiegata nell’Nhs, il servizio sanitario nazionale, e con molti anni di esperienza in politica e nella Fabian Society, con un passato anche da consulente per il governo Prodi.

Intanto, a Londra, alla vigilia delle comunali, si scaldano gli animi dei due comitati pro e contro la Brexit, l’eventuale uscita del Regno Unito dall’Unione europea che sarà decisa con il referendum del prossimo 23 giugno. Con Sadiq Khan europeista e Zac Goldsmith euroscettico, il voto dei londinesi sarà anche un’indicazione di come potrebbe andare a finire la consultazione referendaria. E di sicuro avere un sindaco europeista oppure euroscettico farà molta differenza nella campagna sull’Ue fra il 6 maggio (il giorno successivo alle comunali londinesi) e il 23 giugno.

Un voto, quello della metropoli inglese, che avrà così molte ripercussioni sulla vita di tutti gli europei, perché la Brexit è uno spauracchio che si è insinuato un po’ ovunque, da Lisbona alla Lituania, passando per Parigi, Roma, Atene e Francoforte. Un voto importante per il quale non poteva mancare, però, un po’ di colore. Fra i 12 candidati alle comunali, nella corsa alla poltrona di primo cittadino, c’è anche Lee Harris, negoziante di Portobello di origine sudafricana, 79enne. Il suo partito è il Cista, Cannabis is safer than alcohol, la cannabis è più sicura dell’alcool. Un nome che è tutto un programma, antiproibizionista e decisamente alternativo. Certo, il colore è tanto. Ma Harris a Portobello e dintorni, in quello che era un quartiere caraibico e ora è un mix di snob miliardari e di spiantati amanti del raggamuffin, è decisamente la star del momento.