Bruno Vespa, c’è vita dopo Porta a Porta?
Quella privata sempre.

Vent’anni. Quando smette?
Chieda a Enzo Biagi oppure a Piero Angela. A chi non s’è mai stancato. Io mi diverto.

Porta a Porta può sopravvivere a Vespa?
Ogni programma ha un legame di identità con il conduttore. È sbagliato chiamare un programma con lo stesso nome e un conduttore diverso.

Capita, anche in Rai.
Per Ballarò, un esempio recente. C’è stata una discussione, non mi intrometto. Secondo me, dopo parecchi anni con un volto, il titolo va modificato.

E cosa vorrebbe modificare o cancellare nel passato di Porta a Porta?
Niente, davvero niente.

Arroganza.
Piuttosto orgoglio. Per lo speciale sull’attentato a New York, mentre non eravamo neanche in servizio. Per la copertura del terremoto in Abruzzo, che ho patito da aquilano.

Arroganza doppia.
No, ammetto di aver sbagliato. Forse ho dedicato troppe puntate al caso di Cogne, anche se rappresenta un episodio enorme per la criminologia e appassionava i media del mondo.

Non è pentito dei plastici?
Perché quando li faceva Corrado Augias nessuno l’ha contestato?

Dov’è il museo degli arnesi di Porta a Porta?
C’è un magazzino, dove spesso recuperiamo qualcosa. Come la bicicletta di don Matteo. A volte ci vado, assisto al tempo che usura gli oggetti. Lì c’è pure la scrivania di Silvio Berlusconi, un pezzo di legno da quattro soldi.

Ma il contratto con gli italiani era impegnativo.
L’ha pensato Porta a Porta.

L’ha scritto Bruno Vespa e l’ha firmato l’ex Cavaliere?
No, per carità. Berlusconi voleva fare l’annuncio, un patto con gli elettori, qualcosa del genere. E parlando assieme, gli abbiamo proposto di sceneggiare un accordo dal notaio.

Era il 2001. Quelle promesse furono il fallimento più eclatante per il governo.
Con calma, sarà fatta la storia. Quel giorno sarà più chiaro il ruolo che ha rivestito Berlusconi in politica. C’è chi è diventato famoso combattendo o affiancando il Cavaliere.

E voi di Porta a Porta dove vi collocate?
Non eravamo contro Berlusconi, ma io non ho ricevuto favori. Gli riconosco un merito: nel ‘94 c’era una deriva antipatica in Italia con la sinistra di Achille Occhetto, il Cavaliere ha dato voce a chi non ce l’aveva.

Ha notato una differenza fra Berlusconi e Matteo Renzi?
Il Cavaliere gli invidia la cattiveria. E sono d’accordo. Renzi è un politico determinato con qualche punta di cattiveria. Come Margaret Thatcher o Winston Churchill. Benito Mussolini no, non aveva un animo crudele. Giulio Andreotti era cinico, non cattivo. Renzi è un politico di razza. Berlusconi ha pagato, a volte, lo scarso coraggio.

Il conflitto d’interessi l’ha percepito?
Con il gradimento di Berlusconi sono stati nominati direttori generali, presidenti e dirigenti. Accade da sempre e sempre accadrà, finché la Rai avrà questa conformazione.

Oggi come ieri.
Sì, giusto. E dal punto di vista dell’offerta informativa, vi ricordo che c’era Rai3, che martellava contro il governo di centrodestra da mane a sera. Soltanto in Italia la tv pubblica fa opposizione al primo ministro.

Un primo ministro proprietario di televisioni e giornali.
Forse le aziende investivano di più su Mediaset, ma il Biscione ha sempre perseguito un atteggiamento più dinamico. L’indipendenza la fanno gli uomini. Il servilismo nasce dai giornalisti, non dal potere politico.

Come Berlusconi ha scelto Mauro Masi, Renzi ha scelto Antonio Campo Dall’Orto.
Esatto, cosa vi sorprende? Arnaldo Forlani scelse Gianni Pasquarelli e Ciriaco De Mita scelse Biagio Agnes.

Perché non ha accettato la presidenza di viale Mazzini?
Mi piace il mio lavoro.

Il presidente guadagna di meno, non va in onda. Vanità o denaro?
Scherza? Io ho rifiutato due volte. La prima oltre dieci anni fa, la proposta arrivava da Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera. Mi dissero: ci risolvi un problema. E io replicai: me ne create uno voi a me.

E la seconda?
Telefonata di Berlusconi una sera, telefonata di Renzi dopo poche ore. Ho chiesto con ironia a Renzi: ma ti immagini il presidente della Rai che va al Vinitaly a proporre il suo vino? Mi ha mandato a quel paese. Il fatto è questo: dopo tre anni dietro la scrivania, che avrei fatto?

Il contratto è prorogato fino al 2017, Campo Dall’Orto vuole svecchiare il palinsesto.
Ha ragione, ma non l’ha spiegato a me. Porta a Porta s’è rinnovato già. In un attimo, due anni fa. Ci siamo incontrati, in riunione di redazione, e ci siamo detti: ragazzi, così non funziona più. La politica ha stufato.

Preferisce la cronaca?
Io? La musica classica. I punti più bassi di ascolto li abbiamo registrati con i maestri Riccardo Muti e Claudio Abbado. Mi piace la politica, ma può sfiancare. Nel ‘76 scappai da Montecitorio, rischiavo di fare il cronista. Tutti i giorni, sa che noia?

Anche Vespa dà l’estrema unzione ai talk show?
È un rituale rispettabile, ma che ormai ha esaurito la sua forza. Il pubblico non può reggere quattro ore di dibattito. Noi dividiamo la puntata in tre blocchi. E non è vero come scrivete che in questa stagione abbiamo perso due punti di share. Abbiamo quasi raggiunto il livello dell’anno scorso.

Perché chi comanda in Italia sgomita per sedersi a Porta a Porta?
Non c’è un segreto. Siamo corretti. I nostri ospiti non si lamentano mai. Nessuno ci saluta e confessa ‘ci hanno fregato’.

Concorda la scaletta?
Mai successo, e non faccio entrare materiale dei candidati. Non subisco pressioni.

Neanche da Palazzo Chigi?
Il rapporto è limpido e semplice. In questi anni con il portavoce Filippo Sensi ci scambiamo un messaggino, per sapere di cosa si discute. E basta.

“Tranquillo, gliela cuciamo addosso”. Così rassicurò Salvo Sottile prima di un’intervista a Gianfranco Fini.
Non mi vergogno di questa frase, la rivendico. Fini era ministro degli Esteri. La trasmissione era blindata, perché avevano ammazzato l’agente Nicola Calipari e c’era Jeb Bush a Roma, il fratello di George W, che voleva partecipare.

Ha rinchiuso Massimo D’Alema in cucina, però.
Il risotto fu un’invenzione di Claudio Velardi. D’Alema non era simpatico, e lo voleva rendere umano. Tant’è che fece una campagna pubblicitaria mirata su se stesso, senza il simbolo di partito, per testare il suo valore da leader.

Anche Beppe Grillo ha ascoltato in diretta il famoso “din don”.
Ho completato l’intero emiciclo del Parlamento. E mi ha regalato autorevolezza. A Grillo non ha giovato perché s’è dimostrato impreparato. Mi ha aiutato molto il suo comportamento, mi ha dato subito del tu. Sembrava una chiacchierata fra vecchi amici.

Ma davvero Giovanni Paolo II chiamò a sorpresa?
Sì, fu un miracolo: perché fu un desiderio del Santo Padre che forse si commosse per il racconto del suo pontificato e perché don Stanislao Dziwisz, il segretario particolare, riuscì a prendere la linea attraverso il centralino.

Ha pagato soltanto Monica Lewinsky?
L’ingaggio prevedeva un colloquio a Porta a Porta e, soprattutto, a Domenica In, che spese più soldi. È un evento che non è stato replicato. Non diamo gettoni di presenze. Tra l’altro, la Lewinsky se ne andò presto. Era in Italia per sponsorizzare una collezione di borse, vide sullo schermo una sua foto con Bill Clinton e scattò in piedi: ‘Cosa c’entra?’. Sipario.

Chi sono gli invitati che declinano?
Emma Bonino e Maurizio Landini.

Forse perché la considerano aderente ai palazzi romani.
Non l’ho mai scoperto. Senza Berlusconi al governo, la mia vita è migliorata perché subisco meno attacchi.

È stato berlusconiano?
Neanche i miei figli sanno per chi voto. Ripeto: dobbiamo essere grati a Berlusconi.

È automatico passare da B. a Renzi?
Questa è una domanda volgare, non ricevibile.

Perché circola il sospetto che Vespa sia figlio di Mussolini?
Forse perché ci somigliamo. È un’ossessione di Alessandra Mussolini. All’inizio mi divertiva pure. Ma non è possibile. Mia madre in quel periodo non era nella zona di Assergi, dove il Duce fu confinato fra l’agosto e il settembre del ‘43. E non poteva concepirmi in quei giorni con Mussolini, stava altrove e stava per sposarsi.

Dove ha iniziato?
Collaboravo con il Tempo, da l’Aquila.

Non era un progressista.
Ma difendevo l’occupazione delle fabbriche. Pubblicai i bigliettini che gli operai della Siemens dovevano compilare per andare al gabinetto. L’Unità fu costretta al volantinaggio.

È stato più antifascista o anticomunista?
Per me il fascismo è inaccettabile. Anche se poi l’ho studiato e posso affermare che qualcosa di buono l’ha fatto. Il comunismo l’ho visto, e spaventava. Negli anni 70 gli iscritti del Pci volevano affidare allo Stato i mezzi di produzione industriale.

Questa è scolpita in qualche luogo di viale Mazzini: “Il mio editore di riferimento è la Democrazia cristiana”.
C’era la ripartizione dei canali.

Come aggiorna l’epigrafe?
L’editore di riferimento della Rai è la maggioranza di governo. È una novità?

da il Fatto Quotidiano del 14 marzo 2016