Più donne in politica, ma non in ruoli chiave. Lontane dai budget più consistenti e dalle deleghe sulle questioni economiche. E questo accade nei Paesi europei come in Italia.
Basti pensare che Angela Merkel in Germania e Beata Szydło in Polonia sono le uniche donne a guidare un esecutivo in Europa. Nel governo Renzi, invece, la parità è durata pochi giorni: all’insediamento le donne erano il 50 per cento, una settimana dopo c’è stato il primo calo, mentre oggi sono al 25,40 per cento. Una ‘parità-spot’ la definisce l’osservatorio civico Open Polis che ha pubblicato il dossier ‘Trova l’intrusa’, analizzando i dati relativi a oltre 140mila politici con incarichi sia in Europa sia in Italia, anche a livello locale.

Il risultato? Le donne in politica si muovono entro i confini segnati da due diversi recinti: il cosiddetto ‘soffitto di cristallo’ preclude le cariche più elevate, mentre un altro blocco le confina in settori ritenuti tipicamente femminili, quali il welfare, la cura della persona, l’istruzione. Tant’è che in nessuno dei 28 paesi dell’Unione europea il ministro dell’economia è una donna. In Italia sono stati poi esaminati i ruoli ricoperti dalle donne non solo a livello nazionale, ma anche nelle Regioni e nei Comuni. “In tre anni – ha rilevato l’osservatorio – le amministratrici comunali sono aumentate del 39%, anche per merito della legge 215/2012 sull’equilibrio di genere nelle istituzioni locali”. I sindaci, però, sono uomini nell’86 per cento dei casi.

La presenza femminile in Europa – Secondo i dati del dossier il numero di donne è gradualmente aumentato in molti dei parlamenti nazionali dei 28 paesi Ue. Nello stesso europarlamento si è raggiunto il 37 per cento di presenze. Eppure in ben 17 di questi Paesi le donne non arrivano a comporre neppure un terzo delle assemblee elette. E non raggiungono mai il 50 per cento. Il primato è della Svezia che si ferma al 44 per cento. Per quanto riguarda i governi, invece, Grecia, Ungheria e Slovacchia non hanno nemmeno una ministra, anche se alla guida di altri tre Paesi si raggiunge invece una presenza paritaria. Anche in questo caso il primato spetta alla Svezia con il 52 per cento di donne nell’esecutivo. In generale l’Ungheria è maglia nera in Europa per l’accesso delle donne alla vita politica con il 90 per cento di uomini nel parlamento nazionale e neppure un ministro donna. Nessuna quota rosa nell’esecutivo greco. È significativo il fatto che dei 5 capi di Stato donne, due lo sono per diritto dinastico: si tratta delle regine Elisabetta II e Margherita II. Quando si parla, poi, di istituzioni chiave per la politica europea la situazione peggiora drasticamente. Nel consiglio europeo le donne scendono al 10%, mentre all’Ecofin non si supera l’8%. In nessuno dei paesi dell’Ue c’è un ministro dell’economia donna. Solo il 14% dei ministri della giustizia è donna, l’11% di quelli delle finanze e il 7% dei ministri degli esteri.

Italia, parità solo sfiorata – E se il Belpaese per la prima volta nella storia si colloca nella metà alta della classifica europea per la presenza di donne in parlamento (31,3% alla Camera, 29,6% al Senato), in pochi casi si tratta di presidenti di commissione o gruppo. Anche a livello nazionale, infatti, restano troppo spesso off limits i ruoli più in vista o di potere. “Sia alla Camera che al Senato – rileva il rapporto – le presidenti delle commissioni permanenti (vero fulcro dell’attività parlamentare) sono solo due”.

La presidente di Montecitorio Laura Boldrini è anche per funzione l’unica presidente di giunta. Solo donne presiedono un gruppo parlamentare: si tratta di Cinzia Bonfrisco (Cor), Nunzia Catalfo (M5s) e Loredana De Petris (Si-Sel/Misto). “La tendenza a escludere le donne dagli incarichi economici – rileva il dossier – si conferma nel dato dei tesorieri dei gruppi parlamentari: 18 su 18 sono uomini”. Per capire quanto sia radicato il problema basta fare un passo indietro e guardare la storia: dei 60 governi formati dopo il varo della costituzione repubblicana, oltre la metà (34) sono stati composti interamente da ministri uomini.

“Ci sono voluti quasi trent’anni – ricorda l’osservatorio – per avere, nella storia repubblicana, almeno una donna al governo”. La prima donna ministro fu Tina Anselmi nel governo Andreotti III del ‘76. Eppure è solo dal 2006 in poi che la presenza femminile non scende più sotto il 10%. E l’esecutivo di oggi? Open Polis tira le somme della parità di genere nel governo Renzi. Prima declamata e poi crollata. All’insediamento di Renzi si contavano 8 ministri donne su 16. È bastata una settimana: una volta nominati viceministri e sottosegretari la presenza femminile in pochi giorni è scesa dall’iniziale 50 per cento al 26 per cento. “A seguito di rimpasti e ulteriori nomine – ricorda l’osservatorio – è poi ulteriormente calata all’attuale 25,40%”.

Negli enti locali – Se per le istituzioni europee e nazionali si registra una maggiore presenza femminile nei parlamenti che nei governi, nelle regioni le donne sono più numerose nelle giunte che nei consigli. Si parla di quasi il doppio delle nominate nelle giunte (35% di donne) rispetto alle elette nei consigli regionali (18% di consigliere). Anche in questi casi, però, le deleghe al bilancio sono quelle meno affidate alle donne.

Le presidenti di Regione sono solo due: in Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani (Pd) e in Umbria Catiuscia Marini (Pd). In Emilia Romagna c’è la percentuale più alta in un consiglio regionale (32 per cento), mentre la giunta regionale più femminile d’Italia è quella campana dove le donne raggiungono il 75 per cento. Ci sono invece solo uomini sia nella governo regionale del Molise, sia nel consiglio della Basilicata. Le sindache sono solo il 14% del totale e guidano solo comuni medio-piccoli: nessuna donna è prima cittadina di un comune con più di 300mila abitanti. Eppure le giunte delle grandi città vedono una maggiore presenza femminile. Ma cosa è cambiato con la legge sulla doppia preferenza di genere e l’alternanza uomo-donna nelle liste? La legge in questione, la 215/2012, ha introdotto (per l’elezione delle istituzioni locali) i due meccanismi pensati per riequilibrare la presenza dei due sessi nelle assemblee elettive. Un segnale positivo c’è. “In tre anni – riferisce il dossier – la quota di amministratrici è cresciuta del 38,83 per cento e la legge non ha ancora dispiegato in pieno i suoi effetti”. Nel 2017 si potranno verificare quelli ottenuti con i rinnovi dei consigli comunali.

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