Non solo i vip e la società civile. Ora anche la politica si mette in moto. Con una mobilitazione trasversale a favore del “sì” ai referendum contro le trivellazioni. Che ha aperto uno scontro durissimo con il governo anche sulla data della consultazione. Fissata al 17 aprile, nonostante le richieste di accorpare il voto al primo turno delle amministrative di maggio. Per garantire la più ampia partecipazione possibile e risparmiare 300 milioni di euro grazie all’election day. Lo hanno chiesto i deputati di Sinistra italiana con una mozione a prima firma Serena Pellegrino (Sinistra italiana), sottoscritta anche dal capogruppo Arturo Scotto e dai colleghi di partito Filiberto Zaratti e Gianni Melilla. Sostenuti dall’ex governatore della Sicilia, Angelo Capodicasa del Partito democratico e dai colleghi di Alternativa libera, a cominciare da Pippo Civati e Marco Baldassarre e Samuele Segoni. Poi ci sono quelli che, sebbene senza sottoscrivere il documento, si sono schierati comunque a favore del referendum. Dalla Lega Nord, che con Luca Zaia governa in Veneto, una delle regioni dove si terrà la consultazione. A Forza Italia che, con Giovanni Toti, guida la Liguria. Fino al Movimento 5 Stelle che con un blog di Beppe Grillo in persona si è espresso a favore dell’election day. Non manca neppure il supporto extraparlamentare della Fondazione UniVerde dell’ex leader degli ambientalisti Alfonso Pecoraro Scanio che, con oltre 50 mila firme raccolte attraverso una petizione online, ha giocato un ruolo decisivo sull’indizione dei referendum e sostenuto, ispirandola, la mozione trasversale presentata alla Camera. Al suo fianco anche Adusbef, Wwf Italia, Marevivo e Lipu.

MURO TRASVERSALE – Un fronte esteso, insomma, sul piano politico. Dal quale è arrivato un messaggio chiaro alla vigilia della decisione della Corte Costituzionale che domani dovrà pronunciarsi sull’ammissibilità dei conflitti di attribuzione sollevati da 6 delle 10 Regioni promotrici del referendum (dopo il passo indietro dell’Abruzzo scese a 9, di cui 7 a guida Pd) contro l’ordinanza della Cassazione che, il 26 novembre, ha bocciato 5 dei 6 quesiti originariamente proposti. Tre sono stati assorbiti da modifiche legislative apportate dal governo. Uno, quello per introdurre il divieto di proseguire le trivellazione entro le 12 miglia dalla costa agli impianti già esistenti alla scadenza della concessione anche se il giacimento ha ancora risorse, è stato accolto. Due, invece, sono finiti al centro dei ricorsi presentati alla Consulta. Il primo riguarda la durata delle concessioni che i promotori vorrebbero limitare a 30 anni, prorogabili al massimo fino a 50, per gli impianti oltre le 12 miglia dalla costa. I sostenitori del ‘no’ hanno osteggiato il quesito mettendo in guardia sulle possibili ricadute negative in termini di occupazione che ne potrebbero derivare. I referendari non sono d’accordo: le piattaforme non chiuderebbero dall’oggi al domani e, soprattutto, non tutte allo stesso tempo. Il secondo riguarda il Piano nazionale di estrazione, attraverso il quale verrebbero individuate le aree idonee per l’allestimento delle piattaforme escludendo quelle sismiche e di rilevanza ambientale. Per evitare la consultazione, il governo ha modificato la legge abolendo il Piano. Ma i referendari hanno sollevato conflitto di attribuzione e chiesto di ripristinare il quesito, sostenendo che l’intervento dell’esecutivo non ha accolto le istanze del referendum ma ha semplicemente abolito la materia del contendere per evitare che i cittadini si pronuncino. Spianando la strada alla possibilità di concessioni senza limiti territoriali.

PAROLA ALLA CONSULTA – “E’ gravissimo che il governo abbia cercato, in modo truffaldino, di aggirare un quesito di rilevanza centrale come quello sul Piano nazionale – afferma Alfonso Pecoraro Scanio –. Anche perché stiamo parlando di uno strumento essenziale che rappresenta il presupposto della stessa attività estrattiva: prima di trivellare è necessario stabilire dove è possibile farlo. Diversamente il rischio è quello di aprire la strada ad una sorta di Far West degli idrocarburi, fermo restando che la strategia energetica nazionale dell’Italia dovrebbe puntare a un sistema cento per cento rinnovabile visti gli impegni sottoscritti a Parigi e che in pochi anni siamo passati nel solo settore dell’energia solare da 50 a 18 mila Megawatt, passando da fanalino di coda al record mondiale di percentuale di energia elettrica prodotta dal sole”. Secondo l’ex ministro dell’Ambiente del governo Prodi, l’Italia dovrebbe inoltre “promuovere quella moratoria delle trivellazioni nel Mediterraneo che abbiamo lanciato insieme a Carlo Petrini, Jeremy Rifkin ed altri a tutela di un mare notoriamente tra i più fragili del pianeta ed anche uno dei più importanti in termini di biodiversità e di economia turistica”. Ora la parola, come detto, passa alla Consulta. Che domani dovrà pronunciarsi esclusivamente sull’ammissibilità dei ricorsi delle Regioni. Rinviando eventualmente ad una successiva camera di consiglio per decidere nel merito. “Spero che la Corte Costituzionale riammetta i quesiti bocciati dalla Cassazione – aggiunge il presidente della Fondazione UniVerde –. E che la sua decisione non sia condizionata da indebite interferenze del governo”.

DATE IN BILICO – Se la Consulta ritenesse ammissibili i ricorsi, ci sarà da vedere a quando sarà fissata la data dell’adunanza per la discussione del merito. “In questo caso, l’auspicio è che la decisione definitiva sia adottata entro marzo”, conclude Pecoraro Scanio. Un auspicio tutt’altro che casuale. Se, infatti, la Corte dovesse riammettere i quesiti in tempi brevi, il governo si ritroverebbe costretto a posticipare la consultazione, attualmente fissata per la prima volta nella storia repubblicana ad aprile (il 17). E a quel punto difficilmente il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, consentirebbe che il referendum venisse celebrato in una data diversa dal primo turno delle amministrative. Insomma, si riaprirebbe la strada dell’election day invocato dai promotori della consultazione. E per l’esecutivo guidato da Matteo Renzi sarebbe un vero e proprio schiaffo.

Twitter: @Antonio_Pitoni