Diecimila manifesti pubblicitari su autobus e pensiline, migliaia di cartelloni in 118 città; in tutti i capoluoghi di Regione, di provincia e nei comuni superiori a 30mila abitanti. Il Pd si lancia nella campagna elettorale delle Amministrative con carta e slogan sui risultati del primo biennio del governo Renzi. I manifesti sono comparsi a Roma domenica, da ieri è iniziata la diffusione nel resto del Paese. “Dare conto è una cosa importante”, ha spiegato la responsabile della comunicazione del Nazareno, Alessia Rotta, all’Unità. Di cosa “dare conto”? Delle riforme e dei successi del premier: i contenuti dei manifesti somigliano alle slide di Palazzo Chigi.

Costo dell’operazione? “Le spese saranno pubblicate a bilancio – spiega Alessia Rotta – siamo per la massima trasparenza. Però non sono tenuta a dirle l’importo”. Quello che si sa è che la campagna è stata finanziata con le risorse dei gruppi parlamentari di Camera e Senato, quindi con denaro pubblico. Enrico Letta ha abolito (dal 2017) i finanziamenti statali ai partiti, non quelli ai loro gruppi parlamentari: nel 2014 tra Montecitorio e Palazzo Madama il Pd ha incassato 20,4 milioni di euro. Con questo denaro, dunque, i dem stampano pubblicità non sulla loro attività parlamentare, ma su quella del governo.

“Quelle riforme – replica il tesoriere dem alla Camera, Daniele Marantelli – sono frutto del lavoro del Parlamento, quindi è corretto impiegare i soldi dei gruppi”. O più che altro sono frutto delle sue ratifiche: come documenta Openpolis, nel biennio renziano le leggi di iniziativa del governo sono circa l’80%, contro il 20 di iniziativa parlamentare; le prime diventano legge nel 30% dei casi, le seconde solo nell’1%. L’ufficio comunicazione del Pd alla Camera non è al corrente dei dettagli della campagna pubblicitaria: “Bisogna chiedere al partito. Se ne sono occupati loro”.

Questa la forma.
La sostanza è fatta di 27 manifesti. Come per le slide, anche questi mischiano realtà, numeri veri e bugie più o meno manifeste. Eccone un breve sunto.

Jobs act? No, sgravi. “764 mila contratti a tempo indeterminato col Jobs act”, nel 2015. La fonte è l’Inps, la correlazione è del Pd. Di questi, 578 mila sono “trasformazioni” di contratti precari (nel 2012, in recessione, erano 600 mila). Detto che l’articolo 18 non c’è più, il saldo netto fa quindi 186 mila. Per arrivare a questo, il governo ha impegnato almeno 12 miliardi per gli sgravi alle imprese (8mila euro a contratto), che nel 2016 sono stati dimezzati. E infatti a dicembre sono esplosi. Per l’Istat gli occupati totali sono meno che nel 2014.

Cultura. E mance. Il manifesto: “500 euro per ogni 18enne, da spendere in formazione e cultura”. “Misure per l’identità”, le classificò il premier dopo gli attentati di Parigi. Manca però il decreto attuativo, e i soldi non vanno agli immigrati di seconda generazione. Quelli più a rischio.

Disabili, solite risorse. “400 milioni per aiutare le persone non autosufficienti”, rivendica un manifesto. Cosa significa? Che per quest’anno, Renzi ha messo sul piatto le stesse risorse del 2015, peraltro arrivate non senza polemiche. Il fondo apposti va rifinanziato di anno in anno. Nel 2013 valeva 350 milioni. Nel 2014, dopo essersi tirato una secchiata d’acqua addosso per la ice bucket challenge, Renzi ne annunciò 250: un taglio di 100 milioni. Dopo le polemiche, la retromarcia. Insomma, nulla di nuovo.

Ai poveri, le briciole. Il Pd rivendica “600 milioni per contrastare la povertà” nel 2016: basterebbero in media a dare appena 244 euro a ciascuno dei 4,1 milioni di poveri assoluti, quelli non in grado di acquistare beni essenziali. Spiccioli. E infatti il governo pensa di far cassa “razionalizzando” le pensioni di reversibilità. Se ne occuperà una legge delega: tempi lunghi.

Expo, e segreti di Fatima. “Expo e grandi eventi, l’Italia torna a sorridere”, recita il testo. L’esposizione doveva generare benefici per 13 miliardi. A conti fatti, secondo il thin tank lavoce.info si parla, forse, di 1,3 miliardi. Il commissario straordinario di Expo Sala ha spiegato che il bilancio 2015 si chiuderà con un “patrimonio netto positivo di 14,2 milioni”. Nel 2013 la Corte dei conti ne prevedeva 135. Sul 2014, la perdita è di 33,8 milioni. Il bilancio vero lo si avrà a marzo, ma i biglietti “venduti” valgono ricavi per soli 373,7 milioni, a un prezzo medio molto più basso dei 22 euro previsti. I ricavi totali cifrano a 726 milioni, ma Expo è costato oltre 2 miliardi. E il conto salirà.

Falso in bilancio, il buco. Con Berlusconi era un reato finto (perseguibile a querela di parte), ma il governo ha fatto peggio: s’è scordato le “valutazioni”, quando nei bilanci quasi tutto (eccetto la cassa) è frutto di valutazioni. Appena approvata, la legge ha mandato assolto l’ex sondaggista di Berlusconi, Luigi Crespi.

Il dissesto della logica. “7 miliardi in 7 anni per il dissesto idrogeologico”. L’anno scorso il piano valeva 9 miliardi, il ministro dell’Ambiente Galletti li ha già ridimensionati a 1,3, ma contano quelli stanziati. Quanti sono? Tra leggi, decreti, delibere e dichiarazioni spacciate per cose fatte, nel 2015, circa 50 milioni.

Il disastro ambientale. “È un reato”, rivendica un poster a caratteri cubitali. Ma per essere tale, secondo la nuova legge, dev’essere commesso “ abusivamente”, cioè senza autorizzazione. Per il procuratore di Civitavecchia e padre dell’ambientalismo italiano, Gianfranco Amendola con la nuova legge il processo per i danni provocati dalla centrale Enel di Porto Tolle si sarebbe concluso probabilmente con l’assoluzione degli imputati: le grandi aziende spesso inquinano a norma di legge.

Libera evasione. “3,8 miliardi di evasione recuperata dai paradisi fiscali”. La cifra è inventata: 3,8 miliardi è l’equivalente dei sequestri fatti dalla Gdf per imposte evase nel 2015. Il rientro dei capitali è valso 4 miliardi e rotti, su 60 emersi: percentuali da scudo fiscale di Tremonti.

Stipendi nella Pa. “Taglio del 20% ai superstipendi dei dirigenti pubblici”. Vero, ma ognuno ha fatto come gli pareva. Per le società quotate vale solo il tetto al 75% di quello dei predecessori (Moretti in Finmeccanica s’è n’è infischiato). Per quelle non quotate basta emettere bond. Così ha fatto la Rai.

Di Carlo di Foggia e Tommaso Rodano
Da Il Fatto Quotidiano del 23/02/2016