Nove giorni di scioperi e presidi davanti ai cancelli sbarrati dell’azienda per cui lavorano, e poi un accordo che segna “una svolta storica per tutto il sistema italiano degli appalti”. Si chiude a lieto fine la battaglia dei 120 facchini di Ilia, Job Service e Work Service, le tre cooperative che operano in appalto per la Castelfrigo srl, azienda di Castelnuovo Rangone (Mo) specializzata nella lavorazione di carne suina fresca. Dopo mesi spesi a denunciare “condizioni di lavoro insopportabili”, con turni anche da 13 ore consecutive, senza tutele, esposti al rischio continuo di essere mandati via, e una lunga protesta, infatti, il 16 febbraio, seduti al tavolo della prefettura di Modena, Cgil, azienda e cooperative hanno siglato un’intesa che potrebbe rappresentare un precedente per tutto il comparto: “L’immediata e integrale applicazione del contratto nazionale di categoria – spiega Marco Bottura, della Flai Cgil di Modena – con i diritti e le tutele previsti, l’impegno, da parte dell’azienda e delle cooperative, di incontrare ancora i sindacati per risolvere i problemi legati alle condizioni di lavoro nel sito, e il riconoscimento della clausola sociale, che garantisce il mantenimento dell’occupazione in caso di un cambio di appalto”.

Una novità in un settore, quello delle cooperative e delle ditte committenti, dove spesso si verificano episodi di sfruttamento e di irregolarità. Dove non sempre il contratto di categoria viene applicato, e la strada del dialogo sindacale si scontra con un muro di responsabilità scaricate dal committente alla cooperativa e viceversa, senza soluzione di continuità. “Questa intesa è importante per molti aspetti – spiega Marco Bottura – a partire dal fatto che rappresenta un esempio di confronto sindacale sano, basato sull’obiettivo di riportare alla regolarità la situazione contrattuale di lavoratori prima costretti a operare in condizioni intollerabili, e col continuo ricatto di perdere il lavoro in caso di cambio d’appalto”.

A denunciare come andavano le cose alla Castelfrigo prima dell’intesa del 16 febbraio erano stati i lavoratori stessi, che qualche mese fa si erano rivolti al sindacato per raccontare quale fosse il clima in azienda. “Le giornate – dicevano – sono da 10, a volte 13 ore, passate a macellare carne, pressati da capi reparto pronti a urlare alla minima distrazione. E per chi apre bocca, anche solo per chiedere di andare in bagno, il rischio è di venire mandati via”.

“I lavoratori, poi – elenca Bottura – erano assunti come facchini, quando in realtà la maggior parte di loro tagliava la carne, e quindi avrebbero dovuto essere inquadrati con il contratto da alimentarista, che però prevede una retribuzione più alta, e subivano continuamente il ricatto dell’allontanamento dal posto di lavoro, che è una specie di sospensione, e veniva usato come metodo per imporre condizioni ingiuste”. Inoltre mancava, a Castelnuovo, la clausola sociale, che garantisce la conservazione del posto di lavoro in caso di cambio appalto, situazione che si verifica periodicamente.

Così erano iniziati gli scioperi, e sindacato, azienda e cooperative si erano incontrati più di una volta per giungere a un accordo che risolvesse la situazione, ma senza esito. A febbraio, quindi, i facchini avevano ricominciato a presidiare, giorno e notte, per chiedere “condizioni di lavoro più eque”. Giorni di tensione, dovuta anche all’intervento della polizia, chiamata la mattina del 15 febbraio per scortare alcuni dipendenti diretti di Castelfrigo intenzionati a entrare in fabbrica per lavorare, e “alla presenza di vigilantes privati – denuncia il deputato di Sel Giovanni Paglia – pagati dalla proprietà, che in più occasioni hanno provocato i lavoratori. Facchini che chiedono solo il rispetto di diritti e dignità a fronte di condizioni di lavoro insostenibili”.

Il 16, tuttavia, con l’intervento della prefettura e del presidente della Provincia di Modena, Gian Carlo Muzzarelli, c’è stato un nuovo incontro, e questa volta la fumata è stata bianca. Condizioni di lavoro migliori, applicazione del contratto nazionale di categoria, nessuna ritorsione per chi sciopera, clausola sociale per tutti, e un adeguamento contrattuale basato sull’effettiva professione svolta dal lavoratore.

“Speriamo che questa vertenza faccia scuola – sottolinea Bottura – e che diventi il modello su cui rilanciare il sistema delle relazioni nell’intero comparto, per riconsegnare dignità al lavoro, per vincere lo sfruttamento, fare leva sulla qualità del lavoro e del prodotto, e contrastare fenomeni malavitosi che rischiano di permeare il nostro sistema produttivo”. Ora, fa sapere il sindacato, “avvieremo una campagna a tappeto per far passare, nel comparto delle carni e non solo, i principi alla base dell’accordo Castelfrigo: chiederemo agli imprenditori onesti, che competono sul mercato applicando regole e contratti, e alle istituzioni di fare “cartello”per sconfiggere un modello fondato sullo sfruttamento del lavoro”.