La storia di Giulio Regeni le dà ancora più rabbia. “In Italia è diventato un affare di Stato. I vostri magistrati sono stati inviati subito al Cairo. Noi aspettiamo che la Francia faccia altrettanto per mio fratello Éric, ma qui non si muove nessuno: la nostra tragedia non interessa. E sono passati già quasi tre anni”. Si sfoga Karine Lang, che con la madre, Nicole Prost, ormai anziana, lotta per la verità. Era il 6 settembre 2013: Éric Lang venne fermato dalla polizia egiziana, nel centro del Cairo, vicino all’ambasciata americana. Fu portato al commissariato di Qasr el-Nil. Lì, in una cella, fu trovato cadavere il 13 settembre: un corpo martoriato di colpi, torturato. Finché un’emorragia cerebrale aveva avuto ragione di questo francese di 49 anni, che da una ventina viveva al Cairo.

Chi era Éric? Un sognatore, un intellettuale. Di origini bretoni (la sorella e la madre risiedono a Nantes), “aveva conosciuto l’Egitto per caso, durante una vacanza con un amico – racconta Karine -. Si era innamorato di quel Paese: lo aveva trovato pacifico, sereno”. Aveva imparato l’arabo ed era diventato insegnante di francese al Centro culturale della Francia al Cairo, “una città dove viveva ormai come se fosse a casa sua”, continua la sorella. Autunno 2013: l’Egitto si trovava in pieno in un vortice di violenze, due mesi dopo la destituzione da parte dell’esercito dell’islamista Mohamed Morsi, eletto democraticamente. “Sentivo Éric a volte preoccupato – aggiunge Karine – ma anche interessato nell’osservare l’evoluzione del Paese”.

Quel 6 settembre 2016, erano le 15.30. Éric stava camminando per strada con un amico: assieme si dirigevano da un conoscente. Vennero fermati dalla polizia ma Éric non aveva con sé il passaporto. Fu portato al commissariato: accusato di aver infranto il coprifuoco (in realtà non era ancora scattato). E addirittura di essere in stato di ebrezza, ma aveva solo con sé una bottiglia di vino, che stava portando al domicilio della persona da cui era diretto. “Il giorno dopo venne giudicato da un magistrato, che ne chiese la libertà immediata – sottolinea Raphaël Kempf, avvocato della famiglia Lang -. Ma quella decisione non fu applicata. E già questo è un primo mistero”. Éric restò incarcerato. Apparentemente, nei giorni successivi scoppiò una lite con gli altri detenuti, non si capisce bene per quale ragione. Il francese venne immobilizzato, i polsi legati. E ammazzato di botte. “Ma non crediamo che quei detenuti siano gli unici responsabili della sua morte – continua Karine -. Sospettiamo che uno o più poliziotti li abbiano incitati o che abbiano partecipato addirittura all’eccidio”.

Un primo procedimento è stato avviato in Egitto contro i sei prigionieri che si trovavano in cella con Éric. “Da un anno e mezzo si sussegue un’udienza dietro l’altra – sottolinea Kempf -, ma ogni volta si decide di rinviare il giudizio”. Nessuna procedura, invece, è in corso contro i poliziotti presenti al momento della tragedia, nonostante sia stato provato (sulla base dell’autopsia sul corpo dell’uomo, effettuata a Parigi) che sia stato trascinato da una cella all’altra, prima di soccombere. Intanto, il caso è stato affidato in Francia a un giudice istruttore di Nantes. “E nel marzo 2015 io e mia madre abbiamo chiesto allo Stato francese di domandare una commissione rogatoria internazionale – precisa Karine -, perché i nostri magistrati possano andare sul posto a raccogliere informazioni. Ma non ci è ancora arrivata una risposta”. Aggiunge che “vorrei pensare a ritardi amministrativi, ma non ci posso credere. Penso alla vendita dei Rafale, gli aerei da caccia francesi, al regime di Abdel Fatah al-Sissi, e non vorrei che altre ragioni impedissero di scovare la verità sulla sorte di mio fratello. Soprattutto vedo che i magistrati italiani sono già a indagare al Cairo, nonostante che pure gli interessi economici italiani in Egitto siano fortissimi. Mentre noi aspettiamo da un anno e qui niente su muove. Non riusciamo a capire”.

@LMartinel85