La Siria potrebbe diventare il campo in cui si combatterà “una nuova guerra fredda” tra la coalizione occidentale, a guida statunitense, e il blocco di Mosca. Prima gli accordi raggiunti, a Monaco, dall’International Syria Support Group (Issg), poi i dietrofront, lo scambio di accuse e, infine, le minacce. La Russia e il governo siriano annunciano che non fermeranno i bombardamenti contro le postazioni ribelli, molte delle quali hanno respinto la richiesta di un cessate il fuoco, con Bashar al-Assad che promette: “Riconquisteremo tutta la Siria”. Se il premier francese, Manuel Valls, ha risposto intimando lo stop ai bombardamenti da parte del Cremlino, ad alzare la voce, fino alle minacce, è stato il Segretario di Stato americano, John Kerry: “Possibile l’invio di truppe di terra aggiuntive”.

Medvedev: “Ѐ nuova Guerra Fredda” - I segnali positivi lanciati subito dopo gli accordi di Monaco sono durati appena 24 ore. Fino a quando primi ministri e funzionari di Stato hanno preso la parola durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera. Al blocco occidentale non sono piaciute le puntualizzazioni di Mosca riguardo allo stop ai bombardamenti: ok ai corridoi umanitari per il soccorso alla popolazione stremata dal conflitto, ma nessuno stop ai raid sulle postazioni ribelli. Parole che hanno provocato le reazioni di Francia e Stati Uniti, dando inizio a un conflitto nel conflitto che potrebbe trasformare i territori siriani, che devono già fare i conti con oltre 250mila vittime e circa 8 milioni di rifugiati dal 2011, nella nuova cortina di ferro.

I primi ad alzare la voce sono stati i francesi, con il primo ministro Valls che, dopo aver accusato la Russia di aver condotto bombardamenti sui civili, ha aggiunto: “La Francia rispetta la Russia e i suoi interessi, ma sappiamo che per trovare nuovamente la via della pace, i bombardamenti russi devono cessare”. Immediato il niet di Mosca, con il primo ministro, Dmitrij Medvedev, che ha respinto le accuse riguardanti i bombardamenti indiscriminati ed escluso uno stop ai raid contro le postazioni ribelli al regime di Assad: “La Russia non sta cercando di raggiungere alcun obiettivo segreto in Siria – ha risposto – Stiamo semplicemente cercando di proteggere i nostri interessi nazionali”. Gli stessi interessi che hanno portato Vladimir Putin a optare per l’intervento a fianco del partner storico nell’area e difendere le roccaforti governative, in particolar modo le province costiere di Latakia e Tartus. “Siamo in una nuova Guerra Fredda – ha concluso il premier russo – con relazioni tra Unione Europea e Russia che si sono deteriorate”.

Assad: “Riconquisteremo tutta la Siria” – Kerry: “Se ci prendono per scemi inviamo le truppe”
Ad alzare i toni dello scontro, dopo l’annuncio di alcune fazioni ribelli che hanno escluso uno stop agli attacchi contro i militari governativi e Pasdaran iraniani, ci ha pensato lo stesso presidente siriano. “Noi crediamo fermamente nei negoziati. Tuttavia, se negoziamo, non significa che fermiamo la lotta al terrorismo. Le due strade sono inevitabili in Siria”, ha dichiarato Assad alla Afp, aggiungendo che la volontà è quella di riconquistare tutta la Siria “senza alcuna esitazione, anche se la soluzione richiederà molto tempo e un alto prezzo”. Una nuova presa di posizione forte, dopo mesi in cui il rischio di caduta sembrava questione di giorni. Una provocazione che ha fatto sbottare Kerry, portandolo a ipotizzare la rottura del dogma obamiano “No boots on the ground”, no a un intervento di terra: “Se il presidente siriano Assad non terrà fede agli impegni presi – ha dichiarato – e l’Iran e la Russia non lo obbligheranno a fare quanto hanno promesso, la comunità internazionale non starà certamente ferma a guardare come degli scemi: è possibile che ci saranno truppe di terra aggiuntive”.

Turchia pronta a intervento di terra al fianco dell’Arabia Saudita - Pronti a intervenire con i propri militari su territorio siriano sono anche i turchi che già a novembre, dopo l’abbattimento del jet russo che aveva violato lo spazio aereo di Ankara, si erano schierati contro il Cremlino. “L’Arabia Saudita – ha detto il ministro degli Esteri, Mevlüt Çavuşoğlu- ha dichiarato la sua determinazione contro Daesh (acronimo arabo di Stato Islamico, ndr) dicendo di essere pronta a schierare aerei e truppe. In ogni riunione della coalizione anti-Isis abbiamo sempre enfatizzato la necessità di una strategia ampia e orientata a un risultato nella lotta contro il gruppo terroristico. Se abbiamo una tale strategia, ebbene la Turchia e l’Arabia Saudita potrebbero lanciare un’operazione di terra”. Una posizione opposta a quella tenuta da governo di Ankara fino a luglio 2015, quando il presidente Recep Tayyip Erdoğan acconsentì all’uso delle basi aeree nel sud del paese dopo essersi opposto al coinvolgimento della Turchia nella guerra allo Stato Islamico. Posizione che è anche conseguenza degli attentati a firma Isis che hanno colpito il paese nella seconda metà del 2015.

Il cambio di strategia, però, avviene al fianco di uno dei partner più importanti per il governo di Ankara in Medio Oriente. Dall’inizio del 2015, con l’ascesa al trono di Re Salman, gli incontri tra i funzionari turchi e i rappresentanti della monarchia saudita si sono intensificati, dando vita a una cooperazione strategica sulle questioni mediorientali, in particolar modo quelle riguardanti la Siria, l’Iraq e lo Yemen. Oggi, mentre da Baghdad è in fase di pianificazione una campagna militare per riconquistare Mosul, Turchia e Arabia Saudita sono arrivate a progettare un intervento di terra congiunto.

Twitter: @GianniRosini