Un nuovo successo per la fisica italiana a quattro anni dalla scoperta del bosone di Higgs e un grazie a “tutti i ricercatori che, con questa fondamentale scoperta, ci permetteranno, d’ora in poi, di guardare al cielo con nuovi occhi. Come fece Galileo Galilei più di 400 anni fa”. Così il ministro dell’Istruzione, l’Università e la Ricerca, Stefania Giannini, ha commentato l’annuncio della scoperta delle onde gravitazionali cui un gruppo di scienziati italiani ha contribuito nell’ambito di una collaborazione internazionale di cui fa parte anche l’interferometro Virgo, che fa capo allo European Gravitational Observatory (EGO), a Cascina (Pisa), fondato dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

“Un regalo perfetto per i 100 anni della Relatività Generale di Albert Einstein, che è stato il primo a pensarle e descriverle nelle sue equazioni”, ha osservato il ministro. Ma soprattutto, un grande risultato che parla italiano e che è stato “possibile grazie all’impegno di una collaborazione globale di più di un migliaio di persone, distribuita su quattro continenti”. Ricordando l’annuncio della scoperta del bosone di Higgs, del luglio 2012, il ministro ha sottolineato che “come quattro anni fa al Cern di Ginevra, l’Italia è oggi tra i protagonisti della scoperta, grazie all’intelligenza, alla caparbietà e all’impegno dei ricercatori“, tra cui quelli provenienti dall’Infn.

L’osservazione delle onde gravitazionali apre adesso la porta allo studio di “fenomeni sconosciuti” ha spiegato il presidente dell’Infn, Fernando Ferroni, subito dopo l’annuncio dato a Cascina, e allo stesso tempo segna il coronamento di una sfida tecnologica, raccolta da un lato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, con la collaborazione Ligo, e dall’altro da Italia e Francia, con Virgo. “Uno scambio di tecnologie a due direzioni nel quale l’Italia ha dato contributi fondamentali” frutto di un investimento di 350 milioni in 15-20 anni fatto per supportare le sfide scientifiche della struttura di Cascina. Secondo Ferroni costruire Virgo è stata un’impresa paragonabile, per la sua complessità, alla costruzione dell’acceleratore di particelle più grande del mondo, il Large Hadron Collider (Lhc) del Cern: “In entrambi i casi, vuoi una cosa e sei disposto a pagare 20 anni della tua vita per averla”.

Ora la scoperta, secondo alcuni, potrebbe portare a un doppio Premio Nobel, per aver portato alla luce un fenomeno inseguito da decenni. “Non è stato un caso: cominciamo adesso a vedere l’universo con altri occhi ed è inevitabile che ad una scoperta se ne associ un’altra”, ha osservato Pia Astone, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) tra i sei firmatari dell’articolo che descrive la scoperta sulla rivista Physical Review Letters, appena pubblicato online e liberamente accessibile.

“Le prospettive che si aprono adesso sono tante”, ha osservato Astone. “Abbiamo uno strumento molto potente per studiare l’universo, tanto che le scoperte che potrebbero portare al Nobel sono due: oltre alla conferma dell’esistenza delle onde gravitazionali abbiamo osservato per la prima volta l’impatto di due buchi neri di masse stellari che orbitano uno attorno all’altro, per formarne uno nuovo”.