Intercettato come scritto dal fattoquotidiano.it e forse anche già spiato prima che sparisse. Giulio Regeni, il 28enne ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo, potrebbe essere finito nel mirino molto prima di sparire la sera del 25 gennaio. Un testimone ha raccontato al Corriere della Sera che alcuni uomini, forse poliziotti, erano stati nello stabile dove il giovane abitava “due o tre giorni prima”. Non cercavano lui all’apparenza, ma nei giorni precedenti il 25 febbraio, quinto anniversario della rivolta di piazza Tahrir, le forze dell’ordine erano impegnate in diverse operazioni preventive. Qualcuno racconta anche che il sequestro del ragazzo è avvenuto proprio sotto casa. Ma è al momento è solo un racconto non confortato da prove. Anche perché autorità egiziane però continuano a smentire di avere avuto un ruolo nelle vicende che hanno portato alla sua sparizione e alla sua morte.

Né un incidente stradale come detto all’inizio da chi doveva indagare, né una rapina come escluso dagli investigatori italiani al Cairo. Certezze a cui si aggiunge una informazione importante e inquietante. Il generale Khaled Shalabi, il funzionario della procura di Giza che ha in mano il caso e che parlò la sera stessa del ritrovamento dell’incidente, sarebbe stato condannato da un tribunale di Alessandria nel 2003 per falsificazione di rapporti di polizia e – assieme a due altri funzionari – per aver torturato a morte un uomo. Una notizia, diffusa dall’attivista egiziana Mona Seif, che potrebbe cominciare a far innalzare la cappa che opprime la verità sulla morte del ricercatore.

Giulio è stato sequestrato, torturato e ammazzato ucciso per altri motivi. Forse per i suoi contatti nel sindacalismo indipendente. La Stampa ipotizza che il 28enne, che aveva partecipato a una riunione a metà dicembre. Una riunione “tumultosa”. Potrebbe aver fatto domande che hanno dato fastidio a qualcuno, potrebbe aver destato il sospetto che qualcun altro – nel mondo accademico, nei sindacati o nei venditori ambulanti oggetto della sua ricerca – lo stesse utilizzando per avere informazioni. Potrebbe essere stato “tradito”.

Il quotidiano indipendente Al Masri Al Youm,  a queste ipotesi parla di “37 sospetti”, tra cui alcuni “criminali recidivi” della zona di Dokki, e “diversi autisti che frequentavano la zona” della Città del 6 ottobre, il luogo dove è stato ritrovato il corpo. Tutte attività, dicono gli stessi media egiziani, che però non hanno portato a nulla. Al Masri al Youm aggiunge anche un altro elemento: “Giulio sarebbe stato ucciso in un appartamento del centro del Cairo”. Probabilmente una deduzione dovuta al fatto che l’ultima cella agganciata dal telefonino di Regeni, tra le 19.40 e le 20.18 del 25 gennaio, è quella nei pressi di casa sua da dove il ricercatore avrebbe dovuto raggiungere la stazione della metropolitana di Bohooth (distante 250 metri) e da lì andare alla fermata di Mohamed Naguib.

Gli investigatori italiani ora hanno in mano un altro elemento, oltre alla testimonianza dell’amico Gennaro Gervasio, per avere la certezza che non c’è mai arrivato: i filmati delle telecamere di sicurezza della stazione, infatti, non riprendono mai Giulio. Che sparisce nel nulla inghiottito nel centro del Cairo presidiato da polizia e servizi segreti.

C’è poi un altro tassello che contribuisce a rendere questa storia ancora più nebulosa. “Nelle quarantotto convulse ore consumate a cavallo del ritrovamento del corpo martoriato di Giulio Regeni, il generale Alberto Manenti, direttore dell’Agenzia per la sicurezza esterna (Aise), si è trovato al Cairo faccia a faccia con i vertici dei servizi segreti egiziani – scrive l’Huffington Post -. È possibile che si trattasse di una missione programmata da tempo, ma a questo punto non è nemmeno da escludere che la decisione di inviare in Egitto il capo del nostro servizio segreto – argomenta Andrea Purgatori – sia stata invece presa dal nostro governo proprio per esercitare il massimo della pressione nel momento in cui l’allarme per la sorte del giovane ricercatore era altissimo e in molti cominciavano a temere che la sua sparizione avesse un esito tragico”.

Anche perché l’allarme è scattato nel giro di poche ore. Gervasio, l’amico che aveva un appuntamento con Giulio, alle 23.30 chiama sul telefonino l’ambasciatore Maurizio Massari, che conosce, e lancia l’allarme, fornendo dati e numero di telefono del 28enne. Subito dopo l’ambasciata avverte i responsabili dei nostri servizi sul posto. Che vengono ricontattati la mattina successiva. Di Giulio però nessuno sa niente o almeno è quello che viene replicato a chi chiede notizie e/o spiegazioni. Alle 15 del 26 gennaio l’ambasciata manda una nota ufficiale al ministero degli Esteri egiziano, e per conoscenza a quello dell’Interno e ai servizi, chiedendo di fare arrivarsi per trovarlo. A mezzanotte un funzionario dell’ambasciata con Gervasio denuncia la scomparsa di Regeni al commissariato di Dokki. Il 27
Massari cerca invano di parlare con il ministero degli Esteri e dell’Interno, il cui ministro Ghaffar, malgrado le richieste, non concede un incontro. Cinque giorni dopo Giulio è ancora irreperibile come inghiottito da una forza oscura. Solo il 3 febbraio il suo corpo martoriato verrà trovato.