Il maxiprocesso di Palermo, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borselllino e avviato trent’anni fa il 10 febbraio 1986, fu la svolta nella lotta a Cosa nostra e, in generale, alle mafie italiane (leggi l’articolo di Nando dalla Chiesa). Per la prima volta trovò larga applicazione il 416bis, la norma sull’associazione mafiosa approvata nel 1982, sull’onda emotiva dell’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Proprio dalla Chiesa aveva messo le basi del procedimento firmando il nucleo originario dell’inchiesta: il “rapporto sui 162”. In tre anni il numero degli imputati era arrivato a oltre 700 (“Abbate Giovanni + 706”) ma, a istruttoria conclusa, ne furono portati in giudizio 475. Determinanti le rivelazioni del primo pentito Tommaso Buscetta sulla struttura unitaria e verticistica di Cosa nostra.

La sentenza di primo grado fu emessa il 16 dicembre 1987 dopo 349 udienze. La corte – presidente Alfonso Giordano, giudice a latere Pietro Grasso, attuale presidente del Senato – emise la sentenza dopo 36 giorni di camera di consiglio: 19 ergastoli, condanne per 2665 anni di reclusione, multe per 11 miliardi e mezzo di lire, 114 assoluzioni. Tra i condannati all’ergastolo tutti gli uomini della “cupola”: Totò Riina, Bernardo Provenzano (allora latitanti, e lo sarebbero rimasti per lungo tempo), Michele Greco, Pippo Calò e altri. Tra gli assolti Luciano Liggio: secondo la corte, non avrebbe potuto esercitare dal carcere un ruolo nella struttura di comando di Cosa nostra.

Con parziali riforme le condanne vennero confermate in appello. Con la sentenza del 30 gennaio 1992 la Cassazione da un lato confermò tutte le condanne maggiori e dall’altro annullò varie assoluzioni ordinando un nuovo processo.

Dopo la sentenza di primo grado, che giunse dopo una lunga “tregua”, la mafia tentò di condizionare i giudizi della corte d’assise d’appello e della Cassazione. Nel 1988 uccise il giudice Antonino Saetta, destinato a presiedere l’appello, e nel 1992 eliminò Antonino Scopelliti che in Cassazione avrebbe dovuto rappresentare l’accusa. Erano le prove generali delle stragi del 1992.