“Ironico e severo”. Così fisseremmo l’immagine di Ettore Scola, per i pochi attimi nei quali di recente abbiamo avuto la fortuita occasione di condividere qualche minuto di conversazione. La stessa definizione la adotteremmo per il suo cinema e, in generale, per l’intera “commedia all’italiana“. Con la quale abbiamo un rapporto complesso. Da un lato quelle decine di titoli e quel sistema di valori coordinati che dall'”Americano a Roma” fino a “Splendor” e giù di lì accompagnavano e stimolavano la modernizzazione progressiva del Paese, ci ha segnato e formato, sicché ne abbiamo incorporato profondamente lo sguardo e le gerarchie di giudizio, tanto su noi stessi quanto sulla società in cui venivamo crescendo.

Nel contempo, abbiamo dovuto impegnarci, e duramente, per forare quel solido guscio quando, diciamo a partire dagli anni ’70, il mondo è venuto cambiando nei riferimenti sociali (con la fine del ciclo “classico” della emancipazione delle classi subalterne), nel consumo culturale (con, detta alla grossa, la presa di autonomia del “pubblico”, anche sulla spinta della tv commerciale) e, perfino, nella perimetrazione e nel senso dell’impegno politico-culturale (con la incipiente marginalizzazione dello Stato e della Nazione, e la conseguente scissione del precedente legame fra progetto sociale e consenso partitico). Questi erano i pensieri che ci ronzavano nella testa ieri sera quando su Rai Due abbiamo trovato l’occasione di rituffarci in “Una giornata particolare” (film del 1977) e, a seguire, ne’ “La Famiglia” (1987). Ovviamente non era l’occasione per un ascolto da grandi masse, perché si trattava di titoli ampiamente visti e rivisti (già, perché rispetto a quando nacquero, specie il primo, ormai è scontato che un film esista per essere rivedibile infinite volte al di là del suo esordio nella sala buia), come anche perché fotografia e interpreti li classificavano alla prima occhiata come film d’antan, e questi si sa che possono contare su audience a priori limitate.

Comunque “Una giornata particolare” il suo milione e seicentomila di spettatori (medi) e quattro volte in più di contatti, li ha radunati. Chi erano costoro? Essenzialmente la generazione che, più giovane di una ventina d’anni rispetto a Scola, è cresciuta, come narravamo di noi stessi, dentro quella visione del mondo e dentro quel profondo e formativo rapporto con il cinema. In più con una caratteristica che raramente si rileva nella composizione delle audience della tv: le licenze elementari e i laureati sono entrambi presenti sopra la media. Traccia perdurante di una visione “nazionale” che, al di là di tutti i mutamenti intervenuti, ancora oggi, evidentemente, accomuna chi, anche attraverso Ettore Scola, ebbe modo e occasione di maturarla.