“Così uccidono i nostri sogni. Nella lista ci sono paesi in cui non vogliamo andare e dove non sapremmo cosa fare. Ero partito con mia moglie ma ci hanno divisi e ora lei è stata rapita. Non ho sue notizie da giorni”. “Il mio sogno è andare in Gran Bretagna. Lì c’è mio fratello. Ma la cosa più importante è lasciare Lampedusa. Nessuno di noi vuole stare in Italia”. Ibrahim, 32 anni, e Filimon, 20, sono eritrei. Arrivati a Lampedusa il mese scorso, protestano insieme ad altri 200 migranti contro l’obbligo di identificazione tramite le impronte digitali, come impongono le norme comunitarie. Sono per lo più eritrei e sudanesi, tutti ospiti dell’hotspot dell’isola.

Lamentano una scarsa attenzione da parte dei rappresentanti dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, agenzia dell’Unione europea che deve seguire le loro pratiche all’interno del centro di accoglienza. Ecco come funziona: una volta prese le impronte, i migranti vengono assegnati ai paesi dell’Ue in base al sistema delle quote, senza che possano decidere dove andare. Ma loro non vogliono che qualcuno scelga al loro posto il paese di destinazione. “Non è l’uomo a scegliere il paese ma il paese a scegliere l’uomo – prosegue Ibrahim – Il sistema della relocation non va bene per chi scappa: è una forzatura”. I migranti, però, fanno anche una controproposta: sono disposti a farsi portare a Roma per essere identificati, a patto di passare sotto la tutela dalla Croce rossa.

“Vogliamo andare via perché non abbiamo nulla da fare qui – racconta Nahom, 19 anni, anche lui eritreo – Desideriamo raggiungere le nostre famiglie negli altri paesi europei e invece ci tengono in questa prigione a cielo aperto. Il centro è buono, ma ci sono problemi di amministrazione: ci hanno dato medicine per curare la scabbia e altre malattie della pelle. Ma a chi sta davvero male dicono che deve essere registrato con le impronte, unica via per essere trasferito in una struttura medica”.

In tanti hanno investito nel viaggio tutti i risparmi, come Filimon. “Ho lasciato mia madre, mia nonna e mia sorella in Eritrea – racconta – Ho lasciato il mio paese perché ero costretto a fare il militare: ho cominciato quando avevo 16 anni e avrei continuato a farlo per tutta la vita perché in Eritrea il militare non ha una data di fine”. Quello di Filimon è stato un viaggio della speranza. “Siamo stati otto mesi in Sudan per lavorare, facevamo di tutto – ricorda – Ma lì nessuno si occupa dei rifugiati“. Prima di Lampedusa, poi, c’è stato il passaggio in Libia. “E’ un paese terribile. Ci siamo stati sette mesi, chiusi in una casa. Non avevamo cibo. In realtà non avevamo nulla. Chi ci teneva chiusi lì era crudele, tre nostri compagni sono morti. Niente medicine, e non abbiamo mai visto la luce del sole”. Costo per Lampedusa: “7.500 dollari”. A differenza degli eritrei, i migranti sudanesi, temono di essere esclusi dalla possibilità di fare richiesta d’asilo dopo il rilascio delle impronte digitali: temono di essere bollati come migranti economici e di essere rispediti a casa.

Il 5 e il 6 gennaio, i 200 migranti hanno protestato per la strade dell’isola poi, la notte dell’Epifania, sono rientrati nel centro di accoglienza dopo la mediazione del sindaco Giusi Nicolini, del parroco Mimmo Zambito, e di don Mussie Zerai, sacerdote eritreo che negli ultimi 20 anni ha contribuito a salvare migliaia di migranti africani passati dal mar Mediterraneo. Continuano a chiedere un incontro con le autorità competenti per non finire in un paese che non possono scegliere. Ma non è la prima volta che protestano. A luglio del 2013, ad esempio, altri migranti riuscirono a ottenere ciò che volevano: il trasferimento in altri centri italiani senza che venissero prese le loro impronte digitali.

di Libero Dolce e Jacopo Salvadori