Importa poco o nulla ai capi della finanza Anas se i banchieri con cui trattano partite di centinaia di milioni di euro di soldi pubblici sono gente poco seria. Individui che si mettono sotto i piedi le leggi e le regole elementari della buona gestione bancaria e della corretta amministrazione del credito. A ilfattoquotidiano.it che a questi manager dell’azienda delle strade ha chiesto come mai hanno continuato a tenere una montagna di soldi, la bellezza di 280 milioni di euro nella Cassa di Risparmio di Chieti, una piccola banca di provincia commissariata addirittura 16 mesi fa e finita praticamente a gambe all’aria insieme ad altre tre tutelate dal Salva banche (Etruria, Carife, Banca Marche), hanno testualmente risposto così: “Il commissariamento di Carichieti è avvenuto ai sensi delle leggi in materia bancaria e creditizia in ordine ‘a gravi irregolarità nell’amministrazione ovvero gravi violazioni delle disposizioni legislative, amministrative e statutarie che regolano l’attività della banca stessa’ e non per motivi afferenti la solidità economico finanziaria della banca”.

Eppure Carichieti, commissariata dalla Banca d’Italia per le reiterate e pesanti irregolarità scoperte durante le ispezioni, alla fine è andata a gambe all’aria perché anche da un punto di vista economico evidentemente non stava affatto bene. La piccola banca abruzzese è stata salvata per il rotto della cuffia da un decreto d’emergenza del governo che lascia comunque sul campo morti e feriti, le migliaia di azionisti e i detentori delle obbligazioni subordinate i cui titoli sono stati azzerati per far fronte al buco dell’istituto. Dato di fatto che rende piuttosto impegnativa l’affermazione dei capi della finanza Anas guidati da Stefano Granati, uno degli uomini più vicini all’ex presidente Pietro Ciucci, responsabile del settore finanziario da quasi 10 anni, un manager con un curriculum di altissimo profilo: consigliere della Società per il traforo del Monte Bianco, consigliere delle Autostrade lombarde, consigliere di Anas International Enterprise, vice presidente della società per il ponte sullo Stretto di Messina, vice presidente Igi, l’Istituto Grandi Infrastrutture, cioè il gotha dei 33 maggiori costruttori italiani, da Salini-Impregilo ad Astaldi, dalle Condotte d’acqua a Italferr (Fs), dalla Cooperativa muratori & cementisti-Cmc di Ravenna alla Coopsette.

Altro di fatto, quello per cui l’azienda pubblica delle strade ha rischiato di perdere una montagna di quattrini, buona parte di quei 280 milioni depositati in Carichieti  e destinati per legge alla grande incompiuta stradale, la Salerno-Reggio Calabria. In assenza del decreto del governo sarebbero inevitabilmente stati risucchiati nella fornace del fallimento della banca, bruciati dal nuovo meccanismo del bail in (scatta il primo gennaio) che chiama a rispondere dei crac creditizi anche i correntisti con più di 100mila euro.

Eppure che il commissariamento della Carichieti fosse un pessimo segnale sullo stato di salute complessivo della piccola banchetta di provincia lo avevano intuito tanti negli ultimi tempi. Tranne i dirigenti dell’Anas. Nonostante l’istituto sia stato sottoposto a ispezioni quattro volte, nel 2009, 2010, 2012 e 2014. L’incipit dell’ultima relazione è una fucilata: “I commissari straordinari hanno constatato che la prolungata e pervasiva mala gestio degli organi sociali ha provocato ingentissimi danni”. I danni segnalati erano crediti deteriorati per la bella cifra del 28 per cento del totale al lordo delle rettifiche. E poi redditività debole, il grosso degli affidamenti concentrato su appena 10 clienti, mancati controlli, revisione tardiva delle partite malate, perfino conti nell’occhio del riciclaggio. E’ vero che le ispezioni della Banca d’Italia sono riservate, ma a Chieti, in Abruzzo e non solo in Abruzzo molti conoscevano le pessime condizioni di Carichieti. Il commissariamento di cui tutti i giornali avevano abbondantemente dato notizia era stato la classica e pubblica conferma di una voce di popolo.