“Non c’è stata alcuna persecuzione nei confronti del senatore Antonio Azzollini”. Il gip di Lecce Giovanni Gallo ha archiviato l’indagine a carico di quattro magistrati denunciati per abuso d’ufficio dallo stesso Azzollini (Ncd). Per il giudice erano “accuse infondate” quelle mosse nei confronti del procuratore aggiunto della Repubblica di Trani Francesco Giannella e dei sostituti Michele Ruggiero, Antonio Savasta e Giuseppe Maralfa. Si sono tutti occupati dell’inchiesta sulla presunta maxi frode da 150 milioni di euro per la costruzione del nuovo porto di Molfetta (Bari). Un fascicolo che vede nel registro degli indagati per presunti illeciti anche Azzollini, ex sindaco della cittadina barese.

LE ACCUSE AI MAGISTRATI – Per il gip i quattro magistrati non hanno commesso alcuna violazione di legge. Ma quali erano le accuse mosse da Azzollini? Secondo la sua denuncia, l’utenza telefonica del dirigente comunale di Molfetta Vincenzo Balducci (anche lui indagato nell’inchiesta sul porto) con il quale il senatore aveva frequenti contatti telefonici, fu messa sotto controllo con l’unico scopo di “arrivare” proprio all’ex sindaco-senatore, protetto dalla Costituzione. Non si sarebbe trattato di intercettazioni indirette, quindi, ma di un escamotage per ascoltare le sue telefonate. La Procura di Trani, poi – sempre secondo Azzollini – non avrebbe specificato che lo strumento investigativo era utilizzato per un’indagine nella quale si procedeva per il reato di associazione per delinquere. Fu solo dopo quelle intercettazioni, del resto, che Azzollini – oltre che per abuso d’ufficio – fu indagato anche per associazione per delinquere. “Intercettazioni indirette” senza ombra di dubbio, hanno sempre sostenuto i magistrati, a cui il giudice ha dato ragione. Secondo il gip Giovanni Gallo, infatti, la notizia di reato “appare essere oggettivamente infondata” in quanto “non è emerso nessun dato rilevante per poter ritenere integrato l’elemento soggettivo del reato ipotizzato”. Archiviata l’inchiesta, dunque, nonostante l’opposizione di Azzollini, che aveva ravvisato il cosiddetto “fumus persecutionis” nei suoi confronti da parte della Procura di Trani.

IL VOTO IN SENATO – La questione delle intercettazioni fu al centro di numerose polemiche anche subito dopo il voto a sorpresa del 7 ottobre 2014: all’interno della giunta per le autorizzazioni e per le immunità del Senato tutto il gruppo del Pd votò contro la richiesta di utilizzo dello strumento investigativo a carico del senatore di Ncd (all’epoca presidente della commissione Bilancio a Palazzo Madama), sostenuta invece dal relatore, l’ex pm Felice Casson. Che si autosospese. Erano i giorni alla vigilia del voto di fiducia sul Jobs Act e della legge di Stabilità che doveva passare proprio dalla commissione Bilancio presieduta da Azzollini. Per non dare adito alle voci su presunte pressioni politiche, il capogruppo Pd Giuseppe Cucca spiegò i retroscena di quella scelta: “Abbiamo votato contro perché avevamo perplessità su quattro intercettazioni di cui la Procura chiedeva l’autorizzazione all’utilizzo”. Ed eccole, le intercettazioni indirette al centro dell’inchiesta archiviata. Quattro quelle su cui il Pd ebbe delle riserve, su dieci telefonate nell’arco di un anno e mezzo, tra il 4 maggio 2010 e il 14 settembre 2011. “Secondo noi le intercettazioni non erano casuali – dichiarò Cucca – nel senso che i pm sapevano che Azzollini, essendo sindaco di Molfetta, era un interlocutore degli indagati. Quindi dovevano chiedere l’autorizzazione”.

IL FUMUS PERSECUTIONIS. CHE NON C’È – Secondo la Costituzione la valutazione della giunta deve riguardare solo l’esistenza di un ‘fumus persecutionis’ nei confronti del parlamentare indagato. È il principio alla base delle decisioni sulle tutele parlamentari. Ed è quello a cui ha fatto appello Azzollini. “La mancanza di casualità (nella telefonata intercettata) è un motivo per non concedere l’ultilizzo” dichiarò Cucca dopo il voto in giunta. Le perplessità sul ‘fumus persecutionis’ applicato a questo caso giunsero già sul piano politico: la decisione del Pd, infatti, non era stata mai motivata da alcuna dichiarazione di voto. Dal punto di vista giudiziario, nella sua richiesta al Senato, il gip stesso aveva osservato che in oltre otto mesi, solo tre intercettazioni dell’utenza di un dirigente avevano visto quale interlocutore il parlamentare “a dimostrazione della occasionalità delle captazioni” delle quali si chiedeva l’utilizzazione.

L’INCHIESTA SUL PORTO DI MOLFETTA – Nel frattempo l’indagine sulla costruzione del nuovo porto di Molfetta si è chiusa: 48 gli indagati (tra cui Azzollini) per una presunta maxitruffa da 150 milioni di euro. Il costo dei lavori sarebbe lievitato da 72 a 147 milioni di euro. I reati contestati a vario titolo sono associazione per delinquere, abuso d’ufficio, falso, rifiuto di atti d’ufficio, truffa, frode in pubbliche forniture, violazioni ambientali e paesaggistiche, minaccia a pubblico ufficiale e concussione per induzione. Secondo l’accusa Azzollini avrebbe dirottato denari pubblici anche per far quadrare i conti del Comune. Diverse le intercettazioni utilizzate nel corso delle indagini preliminari, ma quelle che hanno coinvolto il senatore non potranno essere utilizzate. Il Senato ha deciso.