Domenica il Venezuela va al voto e, per la prima volta in 17 anni, c’è la possibilità che il chavismo perda. I sondaggi danno i partiti di opposizione di destra in vantaggio di 10 punti e il presidente Nicolas Maduro ha già annunciato che, se l’opposizione dovesse vincere le elezioni politiche, scenderà “in piazza con il popolo e la Rivoluzione entrerebbe in un’altra fase”.

Una campagna elettorale non certo tranquilla, e che si è anche macchiata di sangue, con l’uccisione a colpi d’arma da fuoco durante un comizio politico, nel centro del Paese lo scorso 26 novembre, di Luis Manuel Diaz, dirigente dell’opposizione e responsabile del partito Azione Democratica nello stato di Guarico.

Anche altri dirigenti oppositori, fra i quali l’ex candidato presidenziale Henrique Capriles, hanno denunciato attacchi violenti contro la loro campagna, sferrati per lo più da gruppi di civili armati che appoggiano il governo, i cosiddetti ‘colectivos‘. Ma le accuse di falsità e imbrogli arrivano da entrambe le parti. Maduro, a ottobre, ha infatti denunciato l’esistenza di una strategia sovversiva dell’opposizione, che avrebbe organizzato un piano di violenza in concomitanza con le elezioni, con “un grande fatto nazionale di violenza, per abbattere il governo rivoluzionario ed imporre uno controrivoluzionario”.

Capriles ha invece rivelato la creazione, da parte del governo, di una lista fasulla, che assomiglia molto a quella dell’opposizione ma che in realtà appartiene a un partito commissariato dal chavismo, creata apposta per confondere i suoi oppositori. Il Consiglio nazionale elettorale (Cne) è stato accusato di favorire il governo, ma la sua presidente, Tibisay Lucena, respinge le accuse: “Non direi che è stata una campagna sporca, quanto piuttosto che ci sono state delle violazioni della legge – ha detto in un’intervista alla Bbc – da entrambi i fronti politici. Abbiamo circa 340 pubblici ministeri al lavoro e tutte le denunce sono state prese in esame”.

Di sicuro c’è che la situazione economica del Paese è molto difficile a causa della caduta del 60% del prezzo del petrolio, di cui il Venezuela è uno dei principali produttori ed esportatori mondiali, l’inflazione galoppante e la scarsità di cibo e altri generi di prima necessità hanno reso molto difficile la vita dei venezuelani in questi ultimi mesi. Tanto che, come hanno rilevato alcuni analisti, più che l’opposizione, il principale nemico per il delfino di Hugo Chavez è proprio la crisi economica, di cui Maduro e il governo ritengono responsabili l’opposizione e il settore privato.

“La guerra economica della destra può averci danneggiato un poco e provocato alcuni disagi – ha dichiarato Juan Contreras, deputato e candidato del partito di governo – ma il popolo sa bene chi ha migliorato il suo livello educativo, di salute e di vita: la Rivoluzione, e per questo voteranno per Chavez”. Tuttavia molti dei sondaggi (che il governo accusa essere prezzolati dall’opposizione) indicano che la maggior parte della popolazione considera il governo responsabile della carenza di cibo, inflazione e recessione. Ecco perché queste elezioni politiche vedono favorita per la prima volta in 17 anni proprio l’opposizione, che pur non presentandosi unita, può trarre vantaggio dalle attuali difficoltà della gestione Maduro, il cui consenso si attesterebbe al 35%.

“Il divorzio dal chavismo non si è consumato del tutto – commenta il politologo dell’Università Cattolica Andres Bello, Juan Manuel Trak – perché molti sentono che quello che hanno guadagnato con Chavez non riusciranno a recuperarlo con l’opposizione al potere, che dal canto suo non è riuscita a infondere ai cittadini la speranza di ottenere i diritti sociali che la gente crede di aver ottenuto sotto Chavez”. Rimane comunque una buona fetta di popolazione che pur definendosi chavista è ancora indecisa su chi votare, e che piuttosto che votare candidati di destra, potrebbe finire per astenersi. La risposta arriverà dal popolo venezuelano domenica.