I venti di guerra attraversano il Canale della Manica e da Parigi, ancora terrorizzata per gli attacchi dello scorso 13 novembre, arrivano fino a Londra, al parlamento di Westminster e alla vicina Downing Street, residenza del primo ministro conservatore, David Cameron. Il quale, nella giornata del 23 novembre, visitando a Parigi il Bataclan e gli altri luoghi delle stragi, ha promesso alla Francia l’utilizzo della base britannica di Akrotiri, sull’isola di Cipro. Così, a breve, da questo vero e proprio territorio d’oltremare del Regno Unito, gli aerei francesi potranno partire per effettuare raid e bombardamenti sul calderone della Siria. Al momento, Parigi utilizza le basi di Muwaffaq Salti in Giordania e di Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti. Ma Cipro consentirebbe alla Difesa francese di avere ancora più forza nelle missioni contro l’Isis, il sedicente “Stato islamico”, rafforzate appunto dopo gli attacchi terroristici nel cuore della capitale transalpina. La base di Akrotiri è vasta 130 chilometri quadrati e ospita migliaia di militari britannici.

Del resto, a Londra, è già da settimane che si cerca di portare il parlamento di Westminster a un voto sull’estensione dei raid britannici dall’Iraq alla Siria. Nella giornata di domenica 22 novembre, il cancelliere dello Scacchiere (ministro dell’Economia di sua maestà), George Osborne, parlando con la stampa è stato chiaro: il “sì” potrebbe arrivare già prima di Natale, considerando anche la nuova posizione dell’Onu sulla necessità di un fronte comune contro il terrorismo dell’Isis e considerando che anche fra le parti politiche del Regno Unito pare che stia per arrivare un accordo sul voto. Le volontà interventistiche di Cameron erano state fermate non molti giorni fa dai comitati parlamentari che dovrebbero approvare il voto dell’assemblea. Ma, appunto, si trattava di un clima e di un contesto ‘pre-Parigi’, prima dell’orrore a due passi dalla Tour Eiffel e prima di un nuovo slancio della comunità internazionale contro l’Isis.

Osborne, uno degli uomini più forti dell’esecutivo Cameron, è quindi stato esplicito: “Appoggio fermamente la posizione del presidente Hollande per colpire Isis in Siria ed è mia ferma convinzione che anche il Regno Unito debba fare lo stesso”. A Londra del resto non si teme quanto successe nel 2003, con le proteste di piazza di massa contro l’allora premier Tony Blair, laburista, e il suo intervento in Iraq. Diversi sondaggi lo hanno sottolineato: l’aria in Gran Bretagna sembra cambiata e si stima che circa il 60% della popolazione sia favorevole a un intervento in Siria contro il terrorismo. Con una nuova svolta: il pacifista Jeremy Corbyn, leader del Labour dallo scorso 12 settembre, potrebbe cambiare opinione e approvare, pur con un certo disagio, la raffica dei raid. Così ha infatti detto, parlando con la Bbc, Maria Eagle, sua ministra ombra alla Difesa, anche se l’esegesi della vera volontà di Corbyn in questo momento è molto tormentata e potenzialmente in grado di dividere ancora di più un partito di opposizione già sconvolto dalla stessa presa di potere da parte del 66enne parlamentare di Islington.

In tutto questo, in questo chiacchiericcio costante dei media che sembra proprio anticipare una missione britannica, nella giornata del 23 novembre ci si è messo anche il principe Carlo, erede al trono, che sì deve stare lontano dalla politica (per tradizione e per regole costituzionali) ma che comunque ama spesso dire la sua. Così, a pochi giorni dal vertice parigino delle Nazioni Unite sul clima, dove terrà un discorso di fronte a oltre 100 leader mondiali, il principe del Galles ha detto che, alla fin fine, la guerra civile in Siria è causata “dal cambiamento climatico” e dalla “lotta per le risorse”.

Carlo, ambientalista convinto, ha così ricollegato il tumulto dell’area mondiale più ‘calda’ del momento – in termini di sicurezza – a una siccità durata più di cinque anni, che ha spinto gli abitanti dell’interno a muoversi, a premere sui confini, a scappare e a cercare una vita migliore. Nell’interpretazione di Carlo non ci sono gli affari che il Regno Unito fa con l’Arabia Saudita, esattamente al pari di tanti altri Paesi del mondo, Italia compresa. Però la chiave di lettura del figlio 67enne di Elisabetta II è stata presa molto seriamente, in queste ore, dai media e dalla politica del Regno Unito. Forse, va detto, proprio perché non menziona le relazioni fra Londra e Riad.