Nessun requisito particolare. E nessun paletto che scoraggi i “furbetti” a caccia di finanziamenti senza averne diritto. La legge sull’agricoltura sociale, entrata in vigore il 23 settembre, è stata salutata con grande enfasi dalle organizzazioni agricole e dal governo come lo strumento che finalmente riconosce il potenziale delle aziende agricole nel riabilitare ex detenuti o persone con disagio psichico. Ma secondo l’Alleanza delle cooperative sociali la nuova norma è scritta in modo tale da consentire a realtà “senza nessuna esperienza nel sociale” di accedere ai benefici.

“L’agricoltura sociale è un concreto strumento di riabilitazione ed inclusione, non soltanto una opportunità economica”, ha commentato il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, il giorno dell’approvazione della legge. “Con questo provvedimento abbiamo rimesso al centro la tutela della persona e della sua dignità, creando una sinergia virtuosa tra obiettivi economici e responsabilità sociale”. E il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo ha parlato di “un nuovo modello di welfare che vede l’agricoltura protagonista con progetti imprenditoriali dedicati esplicitamente ai soggetti più vulnerabili che devono fare i conti con la cronica carenza dei servizi alla persona”. Nella legge, però, non si individuano i requisiti necessari a un’impresa agricola per potersi fregiare dell’aggettivo “sociale”. Si parla genericamente di inserimento socio-lavorativo di lavoratori con disabilità o svantaggiati, di attività sociali e di servizio per la comunità locale, di prestazioni che supportano le terapie mediche o psicologiche, di iniziative di accoglienza e soggiorno di bambini in età prescolare e di persone in difficoltà sociale, fisica e psichica; manca un richiamo esplicito alle normative nazionali o regionali attualmente in vigore sulle attività di cui stiamo parlando.

La cosa non è piaciuta alle cooperative sociali, molte delle quali erogano servizi di welfare attraverso attività agricole anche di una certa rilevanza, che però possono rientrare nell’agricoltura sociale solo se il relativo fatturato supera il 30% di quello complessivo: una quota troppo alta e ingiustificata, afferma Giuseppe Guerini, portavoce dell’Alleanza delle cooperative sociali. “Mi sembra una legge piuttosto conservativa dello status quo in agricoltura, frutto di un compromesso tra la politica e le organizzazioni degli agricoltori. In sostanza, rende possibile a un’impresa agricola senza nessuna esperienza nel sociale di partire da zero accedendo ai benefici, mentre le cooperative sociali sono di fatto escluse, perché quasi nessuna raggiunge la soglia di fatturato agricolo del 30 per cento. Noi avevamo proposto di rifarsi all’estensione del terreno invece che al fatturato, ma non siamo stati ascoltati”.

In effetti i benefici previsti per questa tipologia di azienda agricola sono tutt’altro che marginali: priorità nelle forniture di derrate a mense scolastiche e ospedaliere, spazi appositi nei mercati su aree pubbliche, accesso ai terreni confiscati alla mafia. Ma più di tutto, le Regioni possono inserire i coltivatori sociali nei Psr, i Piani di sviluppo rurale, principale strumento di sostegno al settore primario, che solo nel 2014 hanno erogato fondi superiori a 2,6 miliardi di euro di cui circa la metà messi a disposizione dall’Unione europea. Senza paletti precisi e adeguati controlli, potrebbero inserirsi nell’agricoltura sociale soggetti attratti solo dalla possibile integrazione al reddito, come è accaduto per l’agriturismo, con la differenza che qui la materia è molto più delicata. Entro il 23 novembre il ministero dell’Agricoltura deve emanare i regolamenti attuativi, ma non ha risposto alla richiesta de ilfattoquotidiano.it di sapere quali precisazioni e riferimenti normativi saranno previsti.

Naturalmente, beneficeranno della legge anche le tantissime iniziative già in essere: oltre mille, con un valore della produzione di 200 milioni di euro e 4mila addetti secondo stime della Confederazione Italiana Agricoltori, che aspettavano da anni la legge nazionale a colmare il vuoto normativo di tante regioni (sono poche quelle che hanno legiferato, tra cui la Campania e il Veneto). Imprenditori giovani che agiscono in sintonia con la rete dei servizi pubblici e spesso collaborano con le stesse cooperative sociali. “Io non credo che ci sarà l’arrembaggio ai benefici di legge da parte di agricoltori che si improvvisano sociali”, racconta Maurizio Radin, titolare dell’Asineria sociale La Pachamama, azienda agricola di 7 ettari del Vicentino, associata alla Rete Fattorie Sociali e impegnata dal 2008 in progetti di onoterapia, la relazione con gli asini come supporto nel trattamento del disagio psichico e della disabilità, in collaborazione i servizi sociosanitari pubblici. “Ogni regione applicherà alle attività sociali le norme vigenti e in Veneto siamo controllatissimi. L’unica deroga che stiamo chiedendo come agricoltori sociali riguarda gli edifici dove erogare i servizi, perché i fabbricati rurali non possono aderire al millimetro ai requisiti imposti alle strutture convenzionali. Posso capire che il mondo del sociale tema di vedersi portar via una fetta dei fondi già ridotti dai tagli al welfare, ma si può ovviare al problema allacciando nuove collaborazioni tra coop sociali e agricoltori, soprattutto giovani”. Una possibilità, questa, espressamente prevista dalla legge.