Ieri sera, almeno fino alle 22.30, quando abbiamo deciso di averne abbastanza e ci siamo volti alla lettura, Virus e Piazza Pulita hanno vigorosamente occupato i due spalti tra i quali si aggira la cosiddetta opinione pubblica: quello “securitario” centrato sul tema del se e quanto dotarsi di armi in famiglia per disincentivare le incursioni dei ladri; quello “anticasta”, che attiene al tema della disuguaglianza, ma non secondo l’ottica della vetustissima “lotta di classe”, ma seguendo quella ben più moderna e trasversale della “incazzatura delle masse”.

Virus si è, securitariamente e a lungo, aggirato nei pascoli della paura, usualmente propri di Del Debbio, ma a differenza di quest’ultimo, con fare meno sornione. Dove vedi tutta la differenza fra il filosofo (Del Debbio) -che forse sta per prestarsi alla politica e che, sazio di parole e concetti, sfodera la calma lungimirante del “boni, state boni”, dopo aver lui stesso predisposto la rissa- e il Porro che è profondamente giornalista e davanti agli incendi si infiamma lui per primo. Così il primo smorza mentre il secondo accentua, e questo è ciò che alla fin fine differenzia le due trasmissioni, indipendentemente dalla piegatura politica assai simile e dagli elementi di notizia che vengono inseriti nelle scalette.

Piazza Pulita, almeno (lo ripetiamo) fino alle 22.30, aveva di che affrontare il tema della “casta vaticana” con l’occasione di un libro che ne narra i risaputi usi e abusi. Ma il tema vero, anche se dichiarato solo di tanto in tanto, era quello della posizione del giornalista rispetto alle fonti. Questione che, se non sbagliamo, si pone fin dai tempi dello scandalo Watergate. Sia allora sia oggi, il giornalista non scopre un bel nulla, ma riceve (in ragione della propria fama di goloso di misteri) abbondante materiale da qualche “gola profonda”. Il suo compito consiste allora nel fare qualche controllo incrociato, accertarsi di non prestare fede a un “sola”, e nel convincere il direttore del giornale o l’editore del libro a pubblicare il tutto senza correre il rischio di smentita con le relative sanzioni penali e/o patrimoniali.

E dunque, è vero, come tutti da Formigli hanno convenuto, che non ha senso mettere in discussione il diritto del reporter di pubblicare ciò di cui viene “fatto entrare” in possesso: sia perché nessuno può ritenerlo responsabile della violazioni di segreti alla cui tutela era semmai la “fonte” ad essere obbligata (problema identico, come è ovvio, a quello della pubblicazione di “intercettazioni extra” non contenute negli atti depositati nel corso dei processi); sia perché la eventuale decisione di “non pubblicare”, una volta accertata la qualità della fonte, sarebbe essa stessa un atto politico e non una scelta professionale.

Quel che dà semmai da pensare è la qualità di questo “giornalismo ventriloquo” e sostanzialmente etero diretto che fa la gioia dei media perché cresce facilmente su se stesso come neanche quello del gossip, ma di certo ha poco a che fare col giornalismo di inchiesta perché questo esiste nella misura in cui trovi esso stesso i dati sui quali si basa. Altrimenti, altro che quarto potere, si finisce col ritrovarsi a reggere il sacco alle fazioni del medesimo.

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