“Quando attaccano ‘Happy Days‘ non lo fanno perché si sentono lontano da Fonzie, ma perché si sentono lontani dalla felicità“. La replica di Matteo Renzi agli attacchi piovuti ieri dal palco romano della neonata Sinistra Italiana è affidata a un lungo colloquio con La Stampa. “Senza scomodare la costituzione americana e la filosofia politica, io invece credo che la felicità sia l’orizzonte politico da dare agli italiani”. Il nuovo gruppo, possibile futuro partito, tenuto a battesimo fa Fassina e Fava, ma con padri nobili che vanno da Vendola e Stiglitz, contiene numerosi transfughi del Pd: “Non li considero nemici del popolo – spiega Renzi – come io non vorrei esser considerato un attentatore della democrazia. Sono dei nuovi competitor, quindi li rispetto e non li prendo sottogamba”.

E’ un Renzi un po’ “crepuscolare”, scrive la Stampa, rispetto alla solita esibizione di ottimismo. Che parla persino di un possibile addio, e ne ancora la boa: “Più che alle amministrative, penso al referendum sulla riforma costituzionale. Manca giusto un anno. Sarà una battaglia dura perché avremo tutti contro, sia la destra che certa sinistra. Eppure sono convinto che ce la si possa fare. In ogni caso, è quello il mio spartiacque: se perdo, la mia corsa è finita”.

Al netto del fair play verso la Cosa Rossa, su un punto insiste il presidente del consiglio: “E’ evidente che anche la loro iniziativa è il prodotto di una sconfitta, e che quel che accade è una riedizione di quanto già avvenuto in passato a sinistra, con Bertinotti prima e con Vendola poi”. Perché “destra e sinistra hanno passato l’ultimo anno ad assaltare il governo con ogni tono e ogni mezzo”, sottolinea. “Non ce l’hanno fatta: e dunque oggi indietreggiano, serrano le file e si riorganizzano”. Ma attanzione, perché  “se pensano di poter intercettare magari i delusi dal Pd, credo abbiano sbagliato i conti: il contenitore di quella delusione non sono loro, ma Grillo e i suoi Cinquestelle“.

Insomma, ce n’è anche per Salvini e Berlusconi. Che oggi intervengono a Bologna con il sogno di strappare al Pd la sua roccaforte sbrecciata, al voto in primavera, in un clima carico di tensione. “L’iniziativa di Salvini è fallita. Ed è fallita perché la parola d’ordine era sbagliata: questo Paese non va bloccato, ma spinto avanti e rilanciato”. Con la sua linea xenofoba e a tratti violenta, il segretario leghista “è come autoimponesse un tetto ai possibili consensi. La sua dimensione è tra il 10 e il 12 per cento, non è mai andata oltre e difficilmente ci andrà”. Così come “l’Italia moderata non seguirà Berlusconi, se l’approdo dovesse essere la subordinazione a quelli del Carroccio”.

A proposito di amministrative, la “Cosa rossa” sarà alleata del Pd in nome dell’unità a sinistra? “Di scontato non vedo niente”, replica il premier. “Nemmeno per quel che riguarda il voto nelle città. Lo dico perché vedo che a Torino avrebbero deciso di non sostenere la ricandidatura di Piero Fassino, forse il miglior sindaco italiano. E se cominciamo così, non capisco di che alleanza stiamo parlando”.