L’intera Rai e mezzo mondo giornalistico e politico è in attesa del fatidico istante in cui, approvata irreversibilmente (forse entro il mese) la nuova governance Rai e imbottito il Direttore generale dei conseguenti “superpoteri” inizieranno le famose nomine. Ma nomina sunt consequentia rerum, e dunque il punto è: nomine sì, ma per fare cosa? Ed è su questo che preme l’attesa, anche perché la Rai è solo la prima di tre faglie di instabilità che riguardano l’intero sistema.

La Rai deve, a tutti i costi deve, rilegittimare il finanziamento pubblico (1.700 milioni del canone) che proprio diventando inevadibile mediante l’aggancio alla bolletta della luce, dovrà giustificarsi ben più di prima. Oggi quei soldi sono semplicemente la precondizione per il trentennale comparaggio duopolistico (a me il canone per compensare le limitazioni della pubblicità, a te il dominio della pubblicità). Dargli un significato autonomo richiede di rivoltare come un calzino l’intero impianto delle reti Rai, tutte costrette a campare di canone, ma ugualmente tutte costrette a rincorrere la pubblicità.

La seconda faglia di instabilità riguarda Mediaset che ha una dimensione tuttora enorme se riferita al controllo della pubblicità sul mercato italiano, ma sbilanciata rispetto al proprio, assai minore, potenziale produttivo. In sostanza, campa essenzialmente della posizione dominante costruita a cavallo di varie, complici Repubbliche, e si basa su prodotti altrui (il caso de’ Il Segreto fa testo al riguardo). È dunque un gruppo forte, che di tv se ne intende, ma strutturalmente sbilanciato da tasche troppo grandi rispetto alle braccia troppo piccole e che costituisce pertanto l’immediato bersaglio di chiunque voglia scalare posizioni nel mercato della pubblicità televisiva (o, come si dice oggi, multimediale) in Italia.

La terza faglia di instabilità si addensa nelle cifre finali del telecomando. Fino a poco tempo fa ci si fermava al 7, con la rete di Urbano Cairo impegnata nel “primo, non prenderle”, attraverso una gestione forzatamente “contratta” (a costo di logorare il potenziale dell’azienda acquistata), nella tenace attesa di tempi migliori, cioè di mutamenti nelle dominanze del sistema. Ma oggi, dopo il tasto 7, si deve allungare l’attenzione e il dito anche verso i tasti 8 e 9 dove si sono installati, per ora in punta di piedi, Murdoch e Discovery, cioè due grandi gruppi multinazionali, che, a differenza di tutti gli altri soggetti in campo, rigurgitano di prodotto. Ma nel loro caso, alle braccia produttive forti, si contrappongono tasche ancora piccole quanto a ricavi pubblicitari. E, a questo punto, qui sta il potenziale della faglia, potremmo scatenare la fantasia immaginando di tutto, perfino una sostanziale alleanza dei tre tasti finali, il 7, l’8 e il 9 per offrire agli investitori pubblicitari opportunità coordinate, pari a quelli consentite a Mediaset.

Insomma, se fossimo in una sceneggiatura, diremmo che l’autore ha caricato le attese per una sorta di armageddon. Ma siamo nella realtà della politica e degli affari, e può essere che invece si prosegua a tarallucci e vino. Però staremmo attenti ad assaggiarlo.