Lo spettacolo farà epoca. Dovessero o meno essere convocati tutti i testimoni citati dalla difesa di Salvatore Buzzi per il processo Mafia capitale che sta per aprirsi. Nomi celebri e pesanti, praticamente una carrellata della classe dirigente che negli ultimi anni ha governato Roma facendo il bello e cattivo tempo.

Farà epoca lo spettacolo perchè raramente in un processo di mafia si sono visti, oltre che sul banco degli imputati, anche su quello dei testimoni tanti rappresentanti delle istituzioni: ministri, sottosegretari, prefetti, sindaci, assessori e magistrati. Naturalmente, qualcuno come semplice teste, qualcun altro, tanti, troppi, per la verità, come persone direttamente coinvolte nella gestione, anzi nella malagestione del comune di Roma ( e non solo).

Certo, si dirà che l’associazione a delinquere inchiodata dalla procura della capitale tira in ballo soprattutto le vecchie consiliature. Con una spiccata tendenza a gettare la colpa sull’epoca Alemanno, quella dello strapotere del centrodestra. Certo, ammettono anche nel Pd, ci sono responsabilità pure della classe dirigente democratica. Ma per carità, dice il commissario Matteo Orfini, il Pd ha fatto pulizia e sarà in grado di assicurare un futuro tranquillo ai romani attraverso suoi nuovi dirigenti, un nuovo sindaco e tanti assessori specchiati.

Che così possano andare le cose non ne siamo proprio sicuri. Dalla lista degli imputati e quella dei testimoni esce uno spaccato raccapricciante sui metodi di gestioni del potere a Roma. Una gestione consociativa che vede legati in un asfissiante abbraccio ciminalità e politica, anzitutto. E, per quanto riguarda quest’ultima, una gestione consociativa del potere che vede accumunate destra, sinistra e centro, in una grande ammucchiata nella quale il colore politico sparisce, offuscato da quello dei soldi e del malaffare.

Ebbene, che cosa accadrà su questo fronte? Per spazzare via le classi dirigenti inadeguate e corrotte, per mandare a casa politici e amministratori dediti al malaffare, in democrazia esiste solo una medicina oltre le manette dei magistrati. Quella del voto, magari utilizzando un sistema elettorale in grado di garantire l’alternanza. Chi sbaglia a casa, tutti e senza sconti, e  via libera ad amministratori e politici nuovi e non compromessi.

Questo ci vorrebbe, ma così non sarà. Almeno pare. Le forze politiche a Roma tutto sembrano orientate a fare meno che mettersi in competizione per favorire questo indispensabile processo di ricambio. Ma quale alternanza?, già ci dicono. Per Roma ci vuole una largo accordo politico per portare in Campidoglio un nome che sia una garanzia per tutti. Magari Alfio Marchini, magari qualcun altro, in fondo fa poca differenza. Quello che conta è la grande ammucchiata, sempre e solo unanimemente consonsociativa, in grado di assicurare “a ciascuno il suo” senza mettere a rischio le posizioni guadagnate dai grandi potentati economico-politici e affaristici.

Significativa in questo andazzo la proposta lanciata da Fabrizio Cicchitto, ex forzista ora nel Nuovo centrodestra: un grande listone civico capitanato proprio da Marchini con i partiti fuori, chiamati solo a sponsorizzarlo questo listone e a portare voti. Una boutade? Solo una proposta destinata al fallimento? Può darsi. Ma il semplice fatto che sia stata avanzata la dice già lunga sul come quei grandi potentati potrebbero stare muovendosi per garantirsi lo status-quo e comunque la difesa degli interessi acquisiti.

Nemmeno le idee che circolano nel Pd (non solo capitolino) commissariato da Orfini e Renzi sembrano per la verità offrire grandi possibilità di ricambio in tema di classe dirigente. Da Palazzo Chigi fanno sapere anzi che a Roma  sarebbe meglio cancellare persino le primarie. In modo che, insomma, sindaco e giunta (almeno se vincerà il Pd) possano sceglierseli direttamente, esclusivamente loro. Cioè Renzi.

E i cittadini? E la loro volontà di vedere cambiare le cose dopo la brutta pagina segnata dall’esperienza Marino? Beh, i cittadini possono attendere, perchè loro, tra primarie cancellate e liste bloccate dell’Italicum, sono d’altra parte già destinati a contare sempre meno. Se non già ridotti al silenzio.