Anche l’Iran siede, per la prima volta, al tavolo delle trattative per la soluzione del conflitto siriano. Il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, risponde all’invito del Dipartimento di Stato americano e vola a Vienna per incontrare il 30 ottobre i delegati di Stati Uniti, Russia, Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Iraq e Libano, oltre all’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, Federica Mogherini. Si tratta di un incontro storico, visto che allo stesso tavolo siederanno esponenti del blocco sciita e membri delle monarchie del Golfo, oltre a Russia e Usa. Colloqui resi possibili dall’apertura americana e, soprattutto, dall’opera di diplomazia interna portata avanti da Zarif che, così, sembra aver spostato l’ayatollah Ali Khamenei dalle posizioni di chiusura manifestate dopo l’accordo sul nucleare: “Mai più dialogo con gli Usa, mai più accordi con il Grande Satana”. I grandi assenti, però, questa volta sono i siriani: a Vienna non sono rappresentati direttamente né il regime di Bashar al-Assad, né le opposizioni, né le forze curde.

Blocchi sciita e sunnita allo stesso tavolo – La presenza della Repubblica Islamica ai negoziati è necessaria per arrivare a una soluzione pacifica del conflitto che dal 2011 affligge la popolazione della Siria. Oltre ad avere migliaia di soldati sul suolo siriano a sostegno delle truppe governative del presidente Bashar al-Assad, Teheran ha soprattutto nei territori del regime di Damasco il canale che tiene unita l’asse sciita composto da Iran, Siria ed Hezbollah. Perdere il controllo su quell’area vorrebbe dire allentare, se non rompere, i contatti con il Partito di Dio libanese e le sue milizie.

Gli Stati Uniti lo sanno ed è per questo che il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, ha pubblicamente invitato i delegati di Teheran a prendere parte ai negoziati sulla Siria. Un grande sforzo diplomatico da parte dell’amministrazione Obama che, così, ha dovuto fare attività di mediazione per organizzare un incontro tra la diplomazia iraniana e quella dei Paesi vicini alle petromonarchie del Golfo. “Non diamo certamente alcun tipo d’appoggio all’attività di destabilizzazione che l’Iran persegue in Siria”, ha voluto puntualizzare Kirby. Anche se poi ha continuato dicendo che “non ci sarebbe alcun interesse ad invitare l’Iran ai colloqui se non fosse per il desiderio, da parte della comunità internazionale, che Teheran abbia un ruolo nell’arrivare alla transizione politica in Siria”.

Zarif, la diplomazia per convincere gli ayatollah – Chi ha veramente dovuto compiere un grande sforzo diplomatico è però il governo di Hassan Rouhani, soprattutto nella figura del ministro degli Esteri Zarif. Favorevoli da mesi a un dialogo con gli Stati Uniti per la soluzione del conflitto siriano, il Presidente e i capi diplomatici di Teheran si sono dovuti scontrare con il divieto dell’ayatollah Khamenei, Guida Suprema iraniana. “Abbiamo permesso le negoziazioni con gli Usa sulla questione nucleare per inevitabili motivi – aveva dichiarato a metà settembre -, ma su altre questioni non faremo e non permetteremo negoziazioni con loro. Mai più accordi con il Grande Satana”. Parole arrivate dopo la distensione che ha seguito il Nuclear Deal e che suonavano come un avvertimento per i membri del governo, rischiando di far tramontare l’ipotesi di un impegno iraniano al nuovo tavolo negoziale sulla Siria: “I membri dello Stato devono rispettare i giovani rivoluzionari e smettere di umiliarli dicendo che sono degli estremisti”, aveva detto l’ayatollah.

In queste settimane, però, sembra che Zarif e Rouhani abbiano lavorato per ammorbidire le posizioni di Khamenei, che secondo la Costituzione iraniana ha il diritto di veto su ogni iniziativa legislativa e di governo, convincendolo della necessità di negoziare con sunniti e Occidente per arrivare alla pace in Siria. Le minacce di Khamenei potrebbero essere anche dichiarazioni di facciata, allo scopo di mantenere il controllo interno. Questo, però, non cambia il fatto che Zarif si presenta a Vienna da vincitore nel braccio di ferro interno alla Repubblica Islamica, ma consapevole che gli ayatollah si aspettano di vederlo tornare, quando si arriverà a un accordo, con una stretta di mano che permetta all’Iran di mantenere i propri privilegi in territorio siriano.

Twitter: @GianniRosini