Una realtà virtuale dove incontrare chi condivide lo stesso spazio geografico, che sia Time Square a New York, un pub a Dublino, o un ristorante a Milano. Una piazza a cui si accede tramite un’applicazione per cellulari, dove chattare, chiedere informazioni e ottenere indicazioni, per semplificare il proprio modo di viaggiare. Si chiama Hello ed è nata a Bologna l’applicazione ideata da Marco Fabbri e dal suo team, Giuseppe Travasoni, Federico Ruggi e Stefano Mongardi – età media trent’anni – per aiutare chi ama girare il mondo a scoprire gli angoli più interessanti di una località. Il meccanismo è semplice e gratuito: ci si collega a Hello registrandosi con un profilo social, e tramite un sistema gps l’app riconosce il luogo da cui ci si sta collegando, inserendo l’utente direttamente in una chat corrispondente. A quel punto sarà possibile chiacchierare con gli altri utenti che si trovano nello stesso posto, scambiando consigli sull’albergo piuttosto che sul ristorante, ma anche foto e video.

“Ad esempio, se arriviamo a Londra, Hello ci inserisce nella chat della metropoli inglese – spiega Fabbri – e potremo accedere anche a aree di conversazione specifiche e geolocalizzate, ad esempio una piazza, un evento, un monumento qualsiasi. Così non solo si possono chiedere consigli a chi magari ha già avuto occasione di visitare la località in cui ci troviamo, ma anche incontrare persone nuove”.

L’idea, racconta Fabbri, 33 anni, emiliano romagnolo con un curriculum di esperienze lavorative all’estero, “mi è venuta diversi anni fa, ma all’epoca non c’era ancora la tecnologia necessaria a creare l’applicazione che volevo. Hello è sul mercato da aprile di quest’anno, e se si avvale delle ultime novità del mondo virtuale, come ad esempio la tecnologia gps e la geolocalizzazione, riscopre anche il modo di comunicare che era tipico dell’internet degli albori”. La comunicazione di gruppo, insomma, quella dell’era pre social network, quando si chattava tra sconosciuti che condividevano una medesima passione.

Il team di Hello ha presentato la propria applicazione su Product Hunt, la piattaforma dedicata alle ultime novità nel mondo high tech, e in pochi mesi ha raggiunto 4mila utenti. Molto popolare, infatti, è il concetto del teletrasporto di Hello, il teleport, pensato per chi sta ancora pianificando il proprio viaggio. “Tramite questa funzione ci si mette in contatto con chi è già sul posto, all’estero ad esempio, e si possono chiedere consigli”. Per ora, la rete di possibilità è precostituita, ma Fabbri e il suo gruppo sono già al lavoro per rendere Hello completamente malleabile.

“Abbiamo molti progetti, ora che abbiamo creato la app e abbiamo avuto modo di confrontarci col pubblico – spiega Fabbri – e la prima tappa sarà quella di aprire il meccanismo delle chat, così che anche l’utente possa crearne una, ad esempio per organizzare un evento, o per raccontare cosa sta succedendo nel luogo in cui si trova. Pensiamo a un ristoratore, che tramite Hello può promuovere una serata particolare, o a un gruppo di amici che va a un concerto. O ancora, agli studenti che frequentano la stessa università e vogliono scambiarsi appunti e informazioni”.

Hello, quindi, è un work in progress, e l’obiettivo è rendere possibile trovare, un domani, un po’ come Google maps indica ristoranti, chiese o monumenti, tutte le chat più vicine alla propria posizione. Il tutto interconnesso con i social network, “per ottenere la massima condivisione”.

“Abbiamo molte idee, anche se non è facile realizzarle perché purtroppo in Italia è difficile trovare finanziatori disposti a investire – racconta il fondatore di Hello – specie su un prodotto legato al web. Nel nostro paese siamo ancora legati alla vecchia industria, che sfornava beni concreti a fine ciclo produttivo, mentre noi lavoriamo sulla rete, sul digitale. Ma non vorremmo trasferirci all’estero. Io vorrei che la nostra azienda restasse qui”.

Anche se trovare sponsor, in America o in Inghilterra, ciascuno con una propria Silicon Valley, sarebbe, secondo Fabbri, più facile. “Possibilità ce ne sarebbero, ma poi dovremmo trasferire l’azienda là – allarga le braccia – speriamo di non doverlo fare, anche se burocrazia e pressione fiscale qui in Italia non aiutano affatto i giovani a investire in questo paese”.