Cammina veloce, gesticola e urla con tutto il fiato che ha in corpo: “Giù le mani dai nostri ulivi!”. È lei, un’anziana dai capelli ramati, a incitare i cori, tra le auto in coda per dieci chilometri, lungo la statale che collega Brindisi con Lecce. L’arteria principale della Puglia meridionale è rimasta bloccata per tutta la mattinata di oggi, dalle 6.30 alle 13. “Non dobbiamo far passare neppure una macchina, con noi devono fermarsi tutti”, aggiunge un contadino che non ha meno di ottant’anni. Non più solo ambientalisti e giovani attivisti. Sono loro, gli agricoltori cresciuti nella terra del basso Brindisino, a innervare la protesta contro l’eradicazione di migliaia di ulivi, secondo le prescrizioni del Piano del commissario straordinario per l’emergenza Xylella.

(video tratto dal canale Youtube UNITI SI PUO’ #Torchiaroloresiste)

È il salto di qualità fatto dall’opposizione alle misure imposte per il contenimento del batterio. Il loro rifiuto è diventato “popolare” e si sta trasformando in forme autentiche di disobbedienza civile. E accade lì, nella trincea più calda, tra Torchiarolo, San Pietro Vernotico, Cellino San Marco, lì dove per ogni pianta infetta si dispone il deserto nel raggio di cento metri intorno, pari a circa tre ettari. È la sorte che tocca a questa che è delimitata come “zona cuscinetto”, la fascia che il patogeno da quarantena, in teoria, non dovrebbe mai oltrepassare. Ed è il criterio in base al quale, nella sola giornata di ieri, sono venuti giù 653 ulivi nel Brindisino, oltre a 270 nel Leccese: si tratta, in ogni caso, di abbattimenti fai da te, eseguiti dagli stessi proprietari. A fronte di imprenditori che accettano di tagliare le proprie piante, c’è, però, un no che cresce e diventa variegato, spontaneo.

Nelle scorse ore, il sito del Comune di Torchiarolo ha subito un attacco hacker. Sulla home page un messaggio chiaro: “Stop al massacro degli olivi. L’unico insetto fastidioso è l’ignoranza”. Oggi, cancelli chiusi in alcuni frantoi, una sorta di serrata perché il dissenso non passi solo dalla strada, ma anche dai luoghi di produzione. Così ha scelto di fare, ad esempio, l’Oleificio cooperativo Torchio d’Oro, che ha in sé il nome di Torchiarolo. Di notte, le ronde notturne di volontari pattugliano i campi e la comunicazione corre veloce sui social network e su Whatsapp, com’è accaduto venerdì mattina, quando sono state fermate le motoseghe in un fondo.

Quando non si riesce a impedire i tagli, neppure saltando sugli alberi, si lanciano le campagne di boicottaggio. Nel mirino è finita, tra le altre, l’azienda Tormaresca, di proprietà della famiglia fiorentina Antinori. È diventata, suo malgrado, un luogo simbolo. Ieri, in contrada Masseria Maime, a San Pietro Vernotico, ha avviato la rimozione di circa 900 piante. Di queste, solo otto erano certificate come infette. “Siamo vittime di questa situazione – ha spiegato in una nota la società – tant’è che ci siamo riservati di adire le vie legali verso tutti i soggetti che riterremo corresponsabili del mancato arginamento dei vettori della Xylella”. Ma a dare fiato al dissenso sono proprio le immagini che arrivano dai suoi campi, quelle motopale che buttano giù grandi ulivi come fossero stuzzicadenti. È un Salento a metà, bloccato tra la paura e la rabbia di vedersi cancellato. Le reazioni sono oscillanti, agli antipodi: da una parte i ligi agli obblighi e dall’altra i disobbedienti.

Ad armare la mano dei proprietari che decidono di decimare i loro stessi oliveti, più che la convinzione che sia giusto farlo, è il timore che oltre al danno ci sia la beffa: denuncia penale in caso di rifiuto, multe fino a tremila euro, perdita dei ristori economici e accollo delle spese di espianto. Ecco perché si ha paura, in un clima, tra l’altro, in cui la trasparenza manca: non un’analisi effettuata sugli alberi è stata resa nota a chi l’ha richiesta. Nelle campagne presidiate da spiegamenti importanti di forze dell’ordine, la contromossa di chi si oppone sta diventando virale. Parola d’ordine: ripiantare ulivi, ovunque, in barba al divieto di reimpianto. Trecento ne sono stati messi a dimora, clandestinamente, solo nello scorso fine settimana. Si acquistano dai vivai del nord della Puglia, poiché su quelli salentini vige l’embargo. E poi, pala e piante e la foto su Facebook, senza identificare il luogo, ma facendo capire che non si resterà fermi, non più.

(foto concesse da Gianni Golia)

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