Un vecchio sindacalista della Fiom e della Cgil. Il Comitato di Palazzo Madama per le questioni degli Italiani all’estero. Un magistrato in pensione come Pietro Grasso. E un’indagine sui patronati – “l’ultimo residuo del socialismo reale”, come li chiamava Bruno Trentin – da cui stanno emergendo “alcune ipotesi di reato la cui gravità desta molto e comprensibile sconcerto”. C’è potenzialmente una bomba dentro la lettera che Antonio Bruzzese, 70 anni, ex responsabile dell’Inca-Cgil in Argentina, ha inviato al presidente del Senato e, per conoscenza, a tutti i membri del Comitato per gli italiani all’estero presieduto dal Pd Claudio Micheloni.

FUORI CONTROLLO E’ infatti da quasi un anno che il Comitato ha avviato un’indagine sul funzionamento dei patronati al di fuori dei confini italiani. E Bruzzese, “avendo lavorato per i patronati tutta la vita”, come scrive a Grasso, ha testimoniato più volte davanti ai senatori contribuendo a delineare “un quadro molto preoccupante” che “richiama la necessità di una forte e urgente moralizzazione del sistema”. L’ allarme è durissimo: “Il sistema è fuori controllo“. Servono “regole, sanzioni e controlli”, appunto. Ma prima ancora serve un intervento di Grasso “a sostegno del lavoro del Comitato”, perché “solo un approccio di grande trasparenza e nel più scrupoloso rispetto della legalità” può “permettere a tutti noi di affrontare in modo costruttivo i problemi e le carenze che le audizioni stanno rivelando“.

INCHIESTA O PROCURA Di cosa sta parlando Bruzzese? E perché ha sentito il bisogno di scrivere a Grasso per esternargli la sua “preoccupazione” sullo stato dell’indagine? Il presidente del Comitato, Micheloni, si trincera dietro il no comment: “Non posso anticipare nulla per rispetto istituzionale. Stiamo preparando un rapporto che tra una decina di giorni verrà consegnato al presidente Grasso. Dopodichè decideremo cosa fare”. Due le ipotesi, si sussurra a Palazzo Madama: la richiesta di istituire una commissione d’inchiesta parlamentare, oppure la consegna di tutto il materiale ai magistrati con un esposto ufficiale alla procura di Roma.

AFFARI D’ORO Insomma, c’è del marcio in Danimarca. Ma anche e soprattutto in Germania, in Canada, in Argentina, in Australia, in tutti i paesi a più forte emigrazione italiana dove i patronati, come ha scoperto il Comitato, da anni stanno facendo affari d’oro. E non sempre limpidissimi. Ma cosa sono questi patronati? Sono strutture di diretta emanazione sindacale che assistono i cittadini soprattutto nelle pratiche per la pensione, e che a partire dal 2001, grazie alla legge 152 che ha dato ai sindacati “il monopolio della pratiche con gli enti previdenziali” (Stefano Livadiotti, L’altra casta) hanno portato a casa, esentasse, almeno mezzo miliardo di euro. Tutti i sindacati hanno il loro patronato: la Cgil ha l’Inca, la Uil la Ital, la Cisl ha l’Inas. Alla trimurti dei big si aggiungono le Acli, poi via via seguono tutti gli altri. Per i servizi gli utenti non pagano nulla (la tessera del sindacato è però praticamente obbligatoria), visto che il conto di ogni pratica andata a buon fine lo paga l’Inps. E chi passa all’incasso, secondo una complicata graduatoria calcolata in base ai punteggi (“statisticazione”) per le pratiche svolte? Scriveva Panorama, nel luglio scorso, che “nell’anno 2013 all’Inca-Cgil spettava quasi il 20 per cento del fondo totale (più di 80 milioni), seguita dall’Ital-Uil (16 per cento), dalle Acli (11 per cento) e dall’Inas-Cisl (quasi 8,5). In pratica: il 55 per cento del salvadanaio va a questi quattro big, gli altri trenta (circa) patronati si dividono il resto”.

MAGNIFICI QUATTRO I patronati lavorano in Italia ma anche all’estero. E l’estero conta tantissimo. Perché i punti per le cosiddette attività svolte “in convenzione internazionale” valgono quasi il doppio di quelli per le pratiche svolte in Italia. E a sbancare all’estero sono sempre i soliti quattro: Ital-Uil al primo posto, Acli al secondo, poi Inas-Cisl e Inca-Cgil praticamente a pari merito. Ora, è proprio nelle ragioni di questo monopolio che si sono imbattuti i senatori del Comitato. Audizione dopo audizione (a marzo è stata ascoltata anche Susanna Camusso, segretaria generale Cgil), secondo Bruzzese sarebbero emerse gravi ipotesi di reato: “In generale trattasi di un robo (furto in spagnolo), voce del verbo rubare” scrive l’ex sindacalista a Grasso, facendo appello all’alta statura morale e lunga storia professionale” dell’ex magistrato per chiedergli di intervenire a sostegno “dei senatori impegnati nell’inchiesta”. Traduzione, evidentissima: per supportarli in caso di pressioni esterne a ovvio scopo di insabbiamento dell’indagine.

GUARDA CHE ROBO Il “robo”, o la truffa, avverrebbe su molti fronti. Premesso che i vecchi emigranti, per ovvie ragioni di età, si stanno estinguendo, e che per la nuova emigrazione giovanile non sono previste prestazioni ad hoc, secondo Bruzzese non si spiega “la crescita continua di sedi di patronato (all’estero, ndr) che presentano un punteggio scandaloso”. A Cordoba, per esempio, ci sono solo 800 pensionati italiani. Eppure prosperano 10 patronati. In Germania, nella sola area di Francoforte, i patronati hanno 17 uffici. A Friburgo, ben 13. L’Ital-Uil ha moltiplicato in Germania le sue sedi fino a contarne ben 40, di cui alcune piazzate in paesini microscopici come Gummersbach, mentre il patronato delle Acli dichiara migliaia di pratiche in un solo paesino della Baviera. Un’assurdità evidente: ci sono meno utenti eppure si liquidano più pratiche, si guadagnano più punti e si incassano più soldi. E il conto lo paga sempre l’Inps, attraverso un fondo alimentato con lo 0,27 per cento dei contributi versati da tutti i lavoratori (Renzi, con la legge di stabilità 2016, prevede però di abbassarlo). Il totale del fondo è attualmente sui 420-430 milioni di euro, di cui almeno 42-43 milioni vanno agli uffici oltre confine.

PENSIONI, CHE TESORO Un tesoretto che continua ad aumentare. Se qualche anno fa, tutti insieme, i 30 patronati contavano infatti 300 mila punti maturati all’estero, nel 2014 hanno superato i 700 mila. Com’è possibile, se diminuiscono gli utenti e le pratiche? Spiega Bruzzese a Grasso: “E’ evidente che, in particolari paesi quali Argentina, Svizzera, Germania e Canada ci sono sedi e punti inventati sui quali si conteggia il finanziamento. I conti non tornano”. Le sedi romane dei patronati inviterebbero addirittura le sedi estere “a riempire cartelle vuote o a statisticare due volte la stessa pratica, una in Italia e una all’estero”. Si fanno pagare dall’Inps prestazioni non dovute, come l’ottenimento di una “pensione locale” e lo svolgimento di “pratiche di pensioni integrative private” .

CGIL FUORI E questo accade dappertutto: in Canada, Usa, Australia, Germania, Svizzera, Belgio, Francia… Ancora Bruzzese: “L’attività di patronato all’estero viene svolta da associazioni di diritto locale in convenzione con le centrali romane. Quando tutto va bene i meriti sono del centro, diversamente si chiude bottega all’estero, non si paga nessuno e si riapre la stessa identica attività con un altro nome, esattamente come fanno alcuni commercianti”. E’ il caso, per capirci, della Svizzera. Il Comitato dei senatori aveva convocato Susanna Camusso, nel marzo scorso, per capire se poteva fare qualcosa per aiutare i 76 pensionati derubati dal direttore dell’ufficio della Inca-Cgil a Zurigo, un tale Antonio Giacchetta, che si era impadronito della bellezza di 12 milioni di franchi svizzeri. Tra il 2001 e il 2009 aveva dilapidato, secondo i giudici elvetici, ben 45mila euro al mese (ne guadagnava 8mila!) in automobili, orologi di lusso e amanti agendo “con grande egoismo e senza il minimo scrupolo”. Condannato il 16 settembre a 9 anni di reclusione per truffa, falso e appropriazione indebita, Giacchetta è stato ovviamente licenziato. Quanto all’Inca Svizzera, che per lungo tempo aveva ignorato le segnalazioni dei truffati, ha chiuso i battenti non appena si è profilata all’orizzonte la possibilità di essere condannata a risarcire le vittime. Il patronato della Cgil ora ha riaperto sotto un altro nome e continua ad accumulare in Svizzera punteggi e finanziamenti, mentre la Cgil si è chiamata completamente fuori, ignorando ogni invito alla conciliazione da parte del Comitato.

MINISTRO CERCASI E i controlli, direte? Ecco, segnala Bruzzese a Grasso, qui “il grande assente è il controllore, ovvero il ministero del Lavoro. Le ispezioni sono passeggiate all’estero con tanto di accompagnamento da parte dei carabinieri. Vi sono sempre annunci preventivi“, così che all’arrivo degli ispettori tutti è perfettamente a posto. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, benché invitato più volte non si è mai presentato davanti al Comitato per spiegare come lavorano i suoi uffici. Spariti dai radar anche i funzionari e i dirigenti del suo dicastero.  Ufficialmente defilati i partiti di riferimento. Un totale muro di gomma. Finora. Che cosa deciderà di fare, adesso, Pietro Grasso?