Ospite di Lilli Gruber, Corrado Augias, stimolato dalla crisi, forse temporanea, delle rilevazioni auditel, ha affrontato il tema della famosa “dittatura dell’ascolto“, quella per cui in tv l’erba cattiva caccia quella buona, vedendola come parte della più generale catastrofe del populismo, per cui gli intellettuali, siano autori televisivi o esponenti politici, inseguono lo zapping degli spettatori e la pancia degli elettori, nulla potendo contro la terribile legge del consenso “qui ed ora”.

Che si debba dare al pubblico quello che vuole altrimenti si chiude baracca è una tesi diffusa. Ma è anche un formidabile alibi per i manager delle televisioni (e per i politici delle varie “ditte”) per scansare la sfida di organizzare le aziende in modo da parlare non solo ai gusti del pubblico quali si sono già manifestati, ma anche a quelli che aspettano solo una sollecitazione per venire allo scoperto.

Ad esempio, verso la fine degli anni ’80 nessuno si sarebbe mai sognato di mettere la politica e il dibattito sociale in prima serata. Ma la Terza Rete di Guglielmi, l’ultima arrivata, lo tentò e dette il via alla serialità della piazza. Oggi non se ne può più perché ormai domina il giornalismo degli scontrini, ma allora fu un successone. Altri tentativi non meno innovativi abbozzati dalla stessa rete, ebbero invece un esito negativo e, appresa la lezione, furono rapidamente abbandonati.

In questo modo, inventando tv, ma vagliandola al contatto col pubblico, in capo a pochi anni prese forma e sostanza un palinsesto vario, culturalmente interessante e produttivamente competitivo. In più, proprio riparandosi nella sacralità dell’ascolto, la “rete di sinistra” ebbe buon gioco a farsi beffe dei periodici tentativi di censurarne l’autonomia. Fin quando nel 1994 il gruppo dirigente fu disperso ad opera del Consiglio Moratti-Marchini, quello nominato dal partito di Mediaset e Publitalia. E così la pratica meccanicistica del marketing si sbarazzò di una tv dialettica (nei confronti del pubblico) che del marketing se ne infischiava, ma faceva ascolti ugualmente.

Una sfida, a nostro avviso, che si ripropone proprio oggi perché siamo giunti (basta che non si lavori per il contrario) alla fine dell’era glaciale del duopolio, e che si apre il varco di sistema per puntare alla convergenza fra ascolto e qualità. Una sfida rischiosa dovendo lavorare sull’equilibrio fra continuità e rottura. E tanto più impegnativa per la Rai che dovrebbe rivoltare la propria organizzazione come un calzino, puntando alla diversificazione e alla asimmetria, anziché al controllo e alla uniformità.

Cos’altro tentare, del resto, per portare la Rai (e con essa tutto il sistema industriale che le si rapporta) al livello richiesto per spingere l’entertainment e la narratività italiana al di là del recinto localistico in cui da decenni si è rinchiusa? A volte è la mancanza di alternative che si inventa le azioni eroiche con i relativi eroi.