“Normalmente la Commissione consiglia agli Stati di spostare il peso della tassazione dal lavoro a consumi, proprietà o capitali, l’azione intrapresa dal governo italiano non va in questa direzione, quindi dovremo discutere con loro le ragioni e le potenziali implicazioni”. Più esplicito di così, dopo i moderati richiami delle scorse settimane, il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, non poteva essere. E lo ha fatto proprio mentre l’esecutivo italiano era riunito per varare il funerale delle tasse sulla prima casa all’interno della legge di Stabilità. Quanto alle repliche del presidente del consiglio, il vicepresidente  della Commissione ha ricordato che le questioni fiscali “sono prerogativa degli Stati, ma la Commissione deve vedere come quelle politiche affrontano gli squilibri macroeconomici e le sfide che i Paesi affrontano”.

Un pensiero, quello di Bruxelles, che del resto è condiviso da diversi esperti contattati da ilfattoquotidiano.it secondo i quali “abolire le tasse sulla prima casa non è la priorità”. Tanto più che invece gli oneri fiscali che gravano sul lavoro in Italia sono tra i più alti dell’Unione europea, a fronte di un elevato tasso di disoccupazione. “Sarebbe meglio continuare nella direzione della riduzione del carico fiscale sul lavoro”, sostiene anche Massimo Baldini, docente di Scienza delle finanze all’università di Modena e Reggio Emilia e componente della redazione de lavoce.info. “Il governo ha già intrapreso tale direzione con alcuni provvedimenti, come il bonus da 80 euro in busta paga”. Ora, ragiona Baldini, si potrebbe intervenire sulle aliquote Irpef fino a una riduzione del gettito intorno ai 5 miliardi, ovvero quanto vale il taglio annunciato di Imu e Tasi. “Ma questo sarebbe meno visibile rispetto all’intervento sulla prima casa”. Ovvero, colpirebbe meno il cuore degli elettori italiani.

Ma è così strano che in Italia si paghi un’imposta sul proprio appartamento? Per nulla, visto che la stessa cosa accade anche altrove. Anzi, secondo una ricognizione effettuata dallo studio legale internazionale Dla Piper per ilfattoquotidiano.it su alcuni Paesi paragonabili al nostro dal punto di vista economico, l’Italia rischia fra qualche mese di distinguersi per non avere una tassa sulla prima casa, piuttosto che per averla. E anche i dati statistici dell’Eurostat e dell’Ocse sui carichi fiscali mostrano come l’Italia sia in linea con gli altri Paesi europei per quanto riguarda le imposte sugli immobili. Mentre non lo sia per niente quando si parla di lavoro.

Tasse sulla casa a confronto – Oggi in Italia sulla prima casa non si paga l’Imu, a meno che non sia un’abitazione di lusso. Si paga invece la Tasi, con aliquota massima dello 0,33% del valore catastale. Sulle seconde case alla Tasi va sommata l’Imu, con un’aliquota complessiva massima dell’1,14%. In Francia invece il proprietario paga una taxe foncière sia sulla prima che sulla seconda casa, applicata sui valori catastali dell’immobile, con aliquote che variano in base alla località. A questa si aggiunge un’imposta sulla ricchezza per chi possiede patrimoni superiori a 1,3 milioni di euro: le aliquote sul valore degli immobili variano in modo progressivo, dallo 0,5% per valori tra 800mila euro e 1,3 milioni all’1,5% sopra i 10 milioni, con una riduzione del 30% applicabile sul valore dell’abitazione principale. Nel caso di seconda casa in affitto, all’inquilino spetta poi il versamento di una taxe d’habitation.

In Germania, poi, esiste un’imposta sulla casa paragonabile all’Imu che si applica sia alla prima che alla seconda casa. Le aliquote cambiano a seconda di diversi fattori, tra i quali la zona. A Francoforte, per esempio, il proprietario versa lo 0,35% sul valore catastale. Le abitazioni principali non si salvano da un’imposta sugli immobili nemmeno in Spagna. Per prime e seconde case si versano dallo 0,4 all’1,1% del valore catastale. L’Imu inglese, infine, si chiama council tax. Si paga anche per le abitazioni principali, con aliquote comprese tra lo 0,5 e il 3,5% del valore dell’immobile.

Così fan tutti, Italia a parte – Insomma le imposte sulla prima casa non si pagano solo in Italia, cosa che del resto ha fatto notare di recente anche il vicedirettore generale di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, sottolineando come l’Italia sia “attualmente in linea con la media degli altri paesi Ue”. Lo dimostra il peso rispetto al Pil che hanno le tasse ricorrenti sulle proprietà immobiliari, quali sono da noi l’Imu e la Tasi: per il nostro Paese l’1,6%, un valore di poco superiore alla media dell’Ue (1,5%) stando agli ultimi dati disponibili, registrati nel 2012, quando in Italia si pagava ancora l’Imu sulla prima casa.

tasse immobili

Imposte e contributi pensionistici, un macigno sul lavoro – Se l’Italia è in linea con gli altri Paesi per quanto riguarda le imposte ricorrenti sugli immobili, non si può dire lo stesso per le tasse sul lavoro. Siamo infatti la maglia nera dell’Unione europea se si prende in considerazione il tasso implicito di imposizione, un parametro per stimare il carico medio che grava sui lavoratori, considerando sia i versamenti al Fisco che i contributi pensionistici. L’Italia è infatti in cima alla classifica, con il 42,8% registrato nel 2012, contro una media Ue del 36,1%.

tasso imposizione lavoro

Il nostro Paese non è messo bene nemmeno quando si parla di cuneo fiscale, ovvero la differenza tra il costo del lavoro e la retribuzione netta in percentuale del costo del lavoro. Il dato registrato nel 2014 per un lavoratore senza carichi familiari è infatti pari al 48,2%, contro una media Ue del 43,4%. Per quanto riguarda le componenti del cuneo fiscale, in Italia danno un apporto sopra la media Ue sia le imposte sul reddito che i contributi pensionistici a carico del datore di lavoro.

 

“Abolire tasse su prima casa? Non è priorità, meglio ridurre cuneo fiscale” – Se questa è la situazione, che senso ha abolire la tassa sulla prima casa? Per il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan l’efficacia di tale misura sulla crescita deriva dal fatto che “riguarda l’80% degli italiani”. Ma diversi esperti concordano con la Commissione europea nel non ritenere questo intervento prioritario: “Le imposte sulla casa – spiega il professor Baldini – sono quelle meno dannose per la crescita economica”. I dati dimostrano poi che in Italia resta alto il peso del Fisco sul lavoro. Il governo Renzi – spiega Baldini – ha già introdotto tre misure per ridurlo: la deducibilità dalla base dell’imponibile dell’Irap dei costi per i dipendenti assunti a tempo indeterminato, le agevolazioni di tre anni per le assunzioni a tempo indeterminato, il bonus da 80 euro in busta paga. In particolare quest’ultima misura va a vantaggio dei lavoratori a minore reddito, che spesso sono i più giovani: “Togliere le tasse sulla prima casa ha invece un effetto redistributivo contrario, perché riduce il carico fiscale di chi ha più patrimonio, e quindi va a vantaggio soprattutto delle persone anziane”. Una scelta di segno opposto a quanto fatto in precedenza.

Sottolinea la funzione redistributiva delle tasse sulla casa anche Carlo Fiorio, docente di Scienza delle finanze all’Università degli studi di Milano: “Tali imposte hanno senso in un’ottica di equità tra chi è proprietario e chi no, nonché tra chi abita in un monolocale e chi in un’abitazione più grande”. Tagliare il carico fiscale sulle abitazioni principali pone poi il problema si recuperarne il gettito. A quel punto per Fiorio una soluzione sensata sarebbe quella di alzare la tassazione sugli altri immobili: “Questo potrebbe avere un effetto redistributivo, visto che la ricchezza immobiliare è molto concentrata sui redditi alti”. Renzi però non sembra certo intenzionato a ricorrere a un aumento dell’Imu su tutti gli immobili che non siano abitazioni principali. Troppo impopolare. Ma che la riduzione delle imposte sulla casa non sia la priorità lo pensa anche Antonio Tomassini, partner responsabile del dipartimento Tax di Dla Piper: “La tassazione patrimoniale andrebbe ripensata in modo organico, rimodulando il suo peso rispetto alla tassazione reddituale. In particolare rispetto a quella sulle aziende, che secondo il rapporto Doing business 2015 della Banca Mondiale si avvicina al 66%. Sul lavoro, a parte il Jobs act, dal punto di vista fiscale i tempi potrebbero essere maturi per ripensare al taglio del cuneo fiscale, all’abolizione dell’Irap e quindi all’accorpamento ed alla riduzione delle imposte sulle imprese”.

C’è infine un’altra argomentazione che secondo Baldini va contro il taglio di Imu e Tasi: “La casa non è solo un bene di consumo, ma anche una forma di investimento. E come tale è meno tassata di altre forme di investimento. Queste dovrebbero essere trattate dal Fisco nello stesso modo, altrimenti si distorcono le scelte delle famiglie che sono spinte a mettere troppi soldi negli immobili e pochi in investimenti che potrebbero essere più utili alla crescita economica. Come per esempio gli investimenti azionari”.

Twitter: @gigi_gno