Per risultare credibile la tragedia necessita di dolore e lacrime, auspicabile la nemesi finale. La caduta dell’eroe fa sì che noi possiamo ammirarne la grandezza da un lato, apprendere una lezione dall’altro. Arriverà il giorno in cui trarremo profitto dalle sventure dell’Olanda di Danny Blind, sarà quando riusciremo a smettere di sorridere per l’autogol di Robin Van Persie.

L’attaccante del Fenerbache, tra i più ispirati dell’ultimo decennio, contro la Repubblica Ceca ha infilato un clamoroso pallone nella propria porta e contribuito al 2-3 che ha eliminato gli Oranje dagli Europei dopo 31 anni (anche allora teatro della kermesse era la Francia). Meno di due anni fa, con un leggendario volo di testa, Van Persie accendeva il Mondiale da protagonista dei suoi, una corsa terminata solo in semifinale contro l’Argentina di Messi. L’Olanda, a quattro anni dalla finale di Johannesburg, si confermava superpotenza del pallone.

Oggi tutto appare perduto. Repubblica Ceca, Islanda e Turchia l’hanno preceduta nel girone, come una Norvegia qualsiasi. Vero è che negli anni Sneijder e compagni hanno vissuto di continui alti e bassi, spesso in corrispondenza delle lune di mister Van Gaal o degli acciacchi di Arjen Robben. Ma la cacciata da un Europeo a 24 squadre, che qualificava quasi la metà delle pretendenti, non può essere derubricata a incidente di percorso.

Il ricambio di generazione questa volta è andato a vuoto: da troppo tempo all’Olanda mancano un portiere e una linea difensiva affidabile, che dia sostenibilità alle folate a intermittenza di avanti di indubbio talento. Senza questa iniezione di solidità gli eredi di Cruijff rischiano di guardare i grandi eventi dal divano per un bel pezzo. Gli upset, i crolli inaspettati delle favorite, non sono rari nel mondo del calcio, ma non mancano di fare notizia. Soprattutto se il “giant-killing” non avviene sulla partita singola, ma al termine di un torneo lungo quasi due anni, che in teoria dovrebbe fare emergere i valori in campo.

Ne sa qualcosa la Spagna campione di tutto per sei anni consecutivi che, proprio in virtù, di quel clamoroso pallonetto di nuca di Van Persie non ha avuto modo di giocare più di tre partite nel corso dello scorso torneo brasiliano. Stessa sorte per l’Italia, che ha vissuto il suo secondo Mondiale da vittima degli eventi. A destare scalpore era stata soprattutto la nostra figuraccia del 2010 in un Mondiale a cui arrivammo da campioni in carica. Andò peggio nel 1958, quando alle fasi finali nemmeno ci arrivammo. Erano gli anni di Ghiggia e Schiaffino e l’Italia subì una impronosticabile lezione dall’Irlanda del Nord, in un match che fu giocato due volte per l’assenza dell’arbitro. La nostra latitanza dagli Europei, che un tempo avevano una formula decisamente meno inclusiva, è invece affare meno infrequente. La più dolorosa nel 1984, sotto la guida di Bearzot e da campioni planetari in carica. L’Italia finì quarta su cinque squadre nel suo girone, umiliata 3-0 dalla Svezia a Napoli da una doppietta di Glenn Peter Stromberg.

Poche volte hanno conosciuto l’imbarazzo della sconfitta precoce i tedeschi, sempre o quasi presenti agli atti conclusivi delle competizioni internazionali negli ultimi anni. Per trovare un loro fallimento bisogna risalire alla rassegna continentale del 1968: un pareggio a Tirana contro l’Albania aprì le porte della qualificazione alla Jugoslavia, poi piegata dagli azzurri di Valcareggi in 180 minuti.

Il periodo buio della Francia è stato più lungo ed è coinciso con il lasso di tempo tra i due titoli vinti. Quattro anni dopo l’Europeo festeggiato a domicilio nel 1984, Michel Platini divenne ct della selezione. L’era di Papin e Cantona è ricordata soprattutto per uno spogliatoio a pezzi. Nel giro di sei anni i Bleus fecero da spettatori a due Mondiali e un Europeo. All’indomani dell’ennesima figuraccia, la sconfitta all’ultimo minuto al Parco dei Principi contro la Bulgaria che costò Usa ’94, Liberation titolò: “Francia qualificata ai Mondiali del ’98”. Presenti di diritto come organizzatori e futuri vincitori.

Grandi amarezze accomunano i francesi ai vicini di oltremanica. Gli inglesi, già accasati nel 1994, persero nel nuovo Wembley contro una Croazia già qualificata l’accesso a Euro 2008. Si tentò il riscatto da quello smacco con Capello prima e Hodgson poi, solo a Parigi si capirà se i Leoni saranno riemersi dalla spirale.

In Sud America il grande psicodramma argentino è datato 1970, anno dell’unica assenza albiceleste dalla Coppa. Era l’epoca della dittatura di Onganía e della mancata convocazione dei giocatori impegnati all’estero. Un sorprendente Perù mandò a casa i ragazzi di Humberto Maschio, ex oriundo azzurro, per la disperazione di un intero Paese.
La stessa che sperimentarono i brasiliani bicampioni al Mondiale del 1966 in Inghilterra, rispediti in patria dopo il primo turno a causa del ginocchio a pezzi di Pelè. Ma ai verdeoro la tragedia piace soprattutto prodursela in casa: quella del Maracanazo del 1950, del 7 a 1 patito dalla spietata Germania in epoca più recente.