Duecentoquarantatré persone disperse in mezzo al Mediterraneo. Una nave fantasma. A bordo erano tutti migranti eritrei, partiti (probabilmente) dalle coste libiche e diretti in Italia. Tra loro Segen, una ragazza di 24 anni, con una figlia appresso, Abigail. Dall’altra parte del mare, sulla costa nord, le aspetta ancora il marito, Yafet. Non ha mai smesso di cercare: ha chiesto aiuto ad attivisti e ricercatori, alle autorità. Ma ancora nessuna risposta. Un team internazionale di giornalisti e attivisti ha deciso di scoprire che fine ha fatto la nave. L’operazione si chiama “Ghost boat”.

A guidare il team sono due giornalisti: Eric Reidy, americano trasferitosi in Tunisia, e Bobbie Johnson, senior editor di Medium e fondatore di Matter, una pagina nata su Medium nel 2012 per dare spazio a giornalismo innovativo e di denuncia. Proprio la piattaforma gratuita Medium, una specie di social dove condividere e caricare storie di giornalismo narrativo, è il primo spazio dove l’inchiesta vedrà la luce, in inglese e in italiano. Anche AJ+, del gruppo di Al Jazeera, pubblicherà le storie di questa ricerca. Un’inchiesta di “open journalism”, di collaborazione tra giornalisti, attivisti e lettori a cui importa il destino di queste 243 persone. Della squadra fanno parte anche l’attivista-giornalista eritrea residente in Svezia Meron Estefanos, Eliot Higgins, il fondatore del sito di inchieste su open data Bellingcat, il fotoreporter italiano Gianni Cipriano e altri.

L’ispirazione per l’inchiesta condivisa è nata dai risultati ottenuti dai giornalisti che hanno seguito le vicende dell’MH 17, il volo della Malaysia Airlines scomparso sui cieli dell’ucraina. Proprio Eliott Higgins di Bellingcat, con tool per la verifica dell’autenticità dei video e per geolocalizzare le fotografie è riuscito a ricostruire la responsabilità russa dell’abbattimento del velivolo. Ora l’intento è dare una risposta ai parenti che ancora invano cercano i propri cari partiti su quello sventurato barcone salpato il 28 giugno 2014. Qualche pista da seguire c’è, dopo che Meron Estefanos, chiamata da Yafet, ha cominciato le ricerche.

Non ci sono certezze sull’identità dei trafficanti, nemmeno sui Paesi da cui sono transitati i profughi salpati. Certamente c’è Khartoum, la capitale del Sudan. Forse la Tunisia: la famiglia di una delle persone sulla barca aveva ricevuto una telefonata, in Eritrea, da un numero di telefono tunisino. Chi parlava sosteneva di essere una guardia carceraria e che le persone fossero tutte in carcere. Qualcuno al tribunale di Sfax conferma che nei giorni immediatamente prima della partenza ci fosse un grande gruppo di africani nelle carceri tunisine. Nessuna pista è esclusa. Intanto sull’account Medium di Ghost boat arrivano i primi contributi. Per esempio, i lettori hanno segnalato che Scientific report, un sito che riporta notizie di eventi naturali, si cita l’attività di una forte tempesta a largo del Mediterraneo tra il 23 e il 27 giugno dello scorso anno.

Capire che fine ha fatto sarà il primo scopo del gruppo di ricercatori. Poi però bisognerà capire chi sono i trafficanti, dove operano, che ruolo anno. E da ultimo ricostruire un database con gli incidenti nel Mediterraneo che nel solo 2015b sono costate la vita a oltre 3mila migranti, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim).

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