Mezzo milione a San Vito di Cadore per opere di contenimento. Tre milioni e mezzo per proteggere Borca, che è lì vicino. E poi i soldi per l’eterna frana di Cancia: quasi 5 milioni nel 1999, un altro milione nel 2002, un altro milione e 700mila euro nel 2006. Sei interventi, 11 milioni e 690mila euro, ma “in progettazione”, almeno stando al sito di Italiasicura, il progetto del governo per la messa in sicurezza del territorio. Eppure, da quasi tre secoli, sotto al Re delle Dolomiti, il monte Antelao, si muore di frane. Solo dal 2009 ad oggi tra San Vito di Cadore e Borca, tutti in provincia di Belluno, hanno perso la vita 5 persone. Il rischio di frane sulle pendici del monte è altissimo, lo sanno i cittadini e lo sanno le istituzioni.

Negli ultimi anni sono state spese parole, predisposte delibere, approvati finanziamenti, stilati progetti. Ma ad ogni pioggia la montagna continua a vomitare colate di ghiaia e fango che colano a valle travolgendo tutto quello che trovano sul loro cammino. Ed è così da sempre, ma la storia diventa sempre cronaca d’attualità. Era il 22 luglio del 1737 e c’era la Serenissima quando morirono in 7 sotto la frana che distrusse la frazione di Sala. Il 21 aprile 1814 – e c’era il regno d’Italia napoleonico – si verificò la frana più disastrosa della storia delle Dolomiti: le vittime furono 250. Negli annali restano i danni registrati a Cancia nel 1868, nel 1994 e ancora nel 1996. Il 18 luglio del 2009 60mila metri cubi di terra e fango travolse ancora il paesino, compresa una baita in cui vivevano madre e figlio di 86 e 63 anni. Morirono e l’allora presidente della Regione Giancarlo Galan disse: “Era evitabile”. Ma il 4 agosto scorso un’altra frana da 100mila metri cubi ha schiacciato un parcheggio. Altri 3 morti, la più giovane aveva 14 anni.

Ma i soldi erano stati stanziati prima che fosse spazzata via quella baita, prima che fosse travolto quel parcheggio. Sia a Borca che a San Vito. Basta consultare la mappa messa a disposizione da Italiasicura, il programma di Palazzo Chigi. Nel 2010 la Regione Veneto stanziò 550mila euro per opere di contenimento della colata detritica a San Vito di Cadore. Andando a ritroso, nel 2007, a protezione dell’abitato di Borca, la Regione aveva approvato un altro stanziamento da 3 milioni e mezzo di euro per la mitigazione del rischio da debris flow, cioè le colate di detriti. Un anno prima, nel 2006, per interventi di mitigazione del rischio idrogeologico sulla frana di Cancia erano stati deliberati un milione e 700mila euro. Nel 2002, per sistemare la stessa frana, vennero messi a bilancio 1.032.914 euro, per opere per deviazione o contenimento per la caduta di detriti. Altri due pacchetti da un milione e mezzo e oltre 3 milioni risalgono al 1999. Nella scheda di progetto, per tutti, alla voce “stato di cantiere” si legge “in progettazione”. Aspettando la prossima frana.

Secondo Italiasicura in Veneto sono in tutto 288 gli interventi aperti, per un impegno economico da 152 milioni di euro: 191 i cantieri conclusi (per 71 milioni di euro), 23 quelli in corso (per 34 milioni) e 74  gli “altri interventi”, già finanziati per 46 milioni di euro. Molti di questi si trovano nelle zone colpite dal disastro dell’autunno 2010: finirono sott’acqua le province di Vicenza, Padova e Verona, ma non solo. Esondarono i torrenti Tramigna, a Soave, e Alpone, nella zona di San Bonifacio e Montecchia Crosara, i fiumi Tesina, Meduna, Livenza e Bacchiglione. E poi le frane e gli smottamenti. Quell’alluvione fece 3 morti, 2mila sfollati, mezzo miliardo di euro di danni. Fu dichiarato lo stato di emergenza, il governo Berlusconi approvò subito oltre 300 milioni di euro per il ritorno alle normali condizioni di vita di cittadini e imprese. Due giorni prima di Natale ministero dell’Ambiente e Regione firmarono un’intesa per 66 milioni di euro destinati a 63 interventi sul territorio.

Alcuni di questi progetti, soprattutto quelli minori, sono partiti subito e i lavori sono già terminati, altri ancora oggi rimangono in progettazione. E tra questi – non pochi e per non pochi soldi – ci sono i cantieri sul Tesina e per ristabilire l’argine del Bacchiglione. Un elenco di interventi in progettazione, in attesa di appalto, bloccati dalle maglie della burocrazia.

Poi più che la burocrazia fa l’uomo, quando fa troppo o troppo poco. Per l’alluvione di Refrontolo, in provincia di Treviso, tra gli imputati finì il prosecco: le cause del disastro furono indicate nell’impianto massiccio di vigneti al posto del bosco e la scarsa manutenzione dei corsi d’acqua. Era il 3 agosto 2014 e a Refrontolo c’era una festa con un centinaio di persone, la Festa degli Omeni, la festa degli uomini. La pioggia provocò frane e smottamenti e così il torrente Lierza cominciò a gonfiarsi, diventando un catino, fino ad esondare. Nel canale finirono anche alcune rotoballe che fecero da tappo all’altezza di un ponte. L’onda di piena travolse la festa al Molinetto della Croda e 4 persone (un artigiano, due impiegati e un piccolo imprenditore) persero la vita. Lo hanno chiamato il Piccolo Vajont.