“Il Portogallo non è la Grecia”. E’ con questo slogan che il premier Pedro Passos Coelho ha convinto i portoghesi a votare ancora per la sua coalizione di centro destra nonostante la cura lacrime e sangue – tagli e tasse – imposta al Paese negli ultimi quattro anni. Per il leader del Psd il senso della frase era che Lisbona non ha un partito di sinistra radicale forte come SyrizaPodemos in grado di governare. E, come ha ribadito venerdì chiudendo la campagna elettorale, “se torna la sinistra il paese ripiomba nel baratro della crisi”. Le urne gli hanno dato ragione, nonostante il Paese, a fronte del salvataggio da 78 miliardi di euro negoziato nel 2011 con la Troika, abbia dovuto affrontare durissime misure di austerity che hanno impoverito le famiglie e fatto salire la disoccupazione.

Un anno fa, quando Lisbona è uscita dal piano di assistenza di Bce, Fondo monetario internazionale e Commissione Ue e ha riconquistato l’indipendenza finanziaria, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha fatto sapere di considerarla “la miglior prova che i programmi di aggiustamento funzionano”. Ma qual è oggi lo stato di salute di quello che è considerato da molti l’allievo più diligente della Ue, lo Stato che ha fatto tutti i compiti a casa imposti dalla Germania e dagli altri “falchi”? Solo nell’ultimo anno, cioè da quando Lisbona è uscita dal piano di assistenza di Bce, Fondo monetario internazionale e Comissione Ue e ha riconquistato l’indipendenza finanziaria, si è vista una timida ripresa economica, e nel 2015 l’Fmi prevede una crescita del pil dell’1,6%. Un tasso comunque insufficiente per tornare ai livelli pre crisi, visto che tra 2011 e 2013 si è contratto del 6%. Il tasso dei senza lavoro è sceso al 12,4%, più o meno come in Italia, contro il 17,5% del 2013, ma quella giovanile supera il 30%. Il che spiega i dati sull’emigrazione: tra 2011 e 2014, stando ai dati dell’Instituto Nacional de Estatistica, quasi 500mila persone hanno lasciato un Paese che conta in tutto circa 10 milioni di abitanti.

Il governo di Passos Coelho, che ha preso il testimone dall’ex-premier socialista José Socrates poi finito in carcere per corruzione, ha privatizzato le poste, i gruppi energetici Edp e Ren, la società di gestione aeroportuale Ana e e la compagnia aerea Tap, ma ha anche tagliato stipendi e pensioni dei dipendenti statali (misura bocciata dalla Corte costituzionale che l’ha ritenuta discriminatoria) e ridotto spesa sociale e investimenti. La spesa pro capite per la sanità, secondo l’Ocse, è diminuita del 3,3% tra 2009 e 2013. Nel frattempo venivano aumentate Iva, tassazione sui redditi e bollette dell’energia. Quanto all’effetto sui conti pubblici, il deficit è sotto controllo, intorno al 3% del Pil, ma il debito è al 130%, oltre il livello di guardia. Il secondo della Ue dopo quello di Atene. Secondo l’agenzia di rating Fitch, che ha confermato il giudizio BB+ sul debito sovrano del Paese, il disavanzo è destinato ad aumentare e centrare gli obiettivi di riduzione del debito imposti dalla Ue sarà una sfida.