“Le immagini di quanto sta accadendo nell’Europa dell’Est non solo ci hanno fatto desistere dal partire, ma hanno anche permesso che molti libanesi si sentissero legittimati a diventare ancora più razzisti nei nostri confronti”. Arifa è originaria di Idlib, città della Siria nord occidentale dove aveva una casa con un grande giardino pieno di ulivi, rose e alberi da frutto.“Li ho cresciuti come i miei figli. Ho piantato i semi e ho aspettato per anni che crescessero”.

Dalla fine del 2012, quando i carro armati hanno preso il posto che prima era occupato dalle sue piante, ha ottenuto, insieme alla sua famiglia, lo status di rifugiato politico e, nonostante il confine turco e la strada per l’Europa fossero molto più vicini, si sono trasferiti in Libano, sui monti di Chouf, con la speranza che la lingua li aiutasse a sentirsi un po’ meno stranieri. “Parlare la stessa lingua però ti consente anche di capire gli insulti. Se le condizioni in Libano fossero migliori, le persone non partirebbero. Qua devi pagare anche per l’aria che respiri”.

Quando il suo orizzonte coincideva col perimetro del suo orto non ci aveva mai pensato, poi si è trovata a sognare l’Europa. Sognava di raggiungere la sorella, di andare in Germania “perchè li la gente è vicina ai nostri cuori. Non tutti i Paesi in Europa sono uguali, come le dita di una mano”. Sognava di partire prima di vedere le immagini dei telegiornali che, tra i singhiozzi della corrente elettrica, mostravano la cruda estetica delle morti in mare, nella stiva di una nave o nel retro di un camion. La chiacchierata foto di Aylan, il bambino morto sulla spiaggia turca di Bodrum, non ha solo chiesto all’Europa se poteva fare di più, ha chiesto anche ai profughi siriani se forse era il caso di rinunciare al sogno.

“Ho immaginato i miei figli e ho deciso che, in queste condizioni, non sarei mai partita anche se restare in Libano significa, ad esempio, che mia figlia venga presa a sassate se gioca per la strada e, nonostante vada a scuola, non abbia ancora imparato a contare in inglese perché gli insegnanti la lasciano in fondo alla classe”. Prima di scappare da casa ha lasciato in cucina una copia del Corano e chiudendosi la porta alle spalle sapeva che, né in Libano, né in Europa, una vita sola non le sarebbe bastata per piantare nuovi semi e aspettare una nuova fioritura.

Amira, scappata da Raqqa, sogna il “Welcome Refugees” della stazione di Monaco
Molte altre donne, come Arifa, si sono chiuse una porta e una vita alle spalle. Amira è scappata da Raqqa, quartier generale di Daesh. L’ultimo ricordo che ha di casa sua è il corpo appeso ad un albero di un uomo, reo forse di aver ascoltato una canzone alla radio o di aver tentennato nel dare le indicazioni per raggiungere la moschea più vicina. Adesso vive in una tenda a Shwakir, sulla spiaggia di Sour, uno dei tanti campi profughi non autorizzati del Libano. Al sogno europeo lei non vuole rinunciare: la ferocia delle barriere, del filo spinato, l’umiliazione di uno sgambetto e dell’identificazione per quote, per alcuni, impallidiscono di fronte alla carica immaginifica di quel “Welcome Refugees” della stazione di Monaco.

“Sono scappata perché ero schiacciata tra i barili bomba e la barbarie e adesso continuo ad essere schiacciata tra il peso del rispetto di una tradizione e la vita vera”. E’ al nono figlio, come tante altre donne siriane. All’inizio – racconta – avere tanti bambini ti garantiva di ricevere un sussidio prima degli altri e, magari, di raggiungere l’estero più in fretta ma adesso, da quando, all’inizio di luglio, il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite ha abbassato a 13.50 $ il valore mensile delle tessere alimentari, quei bambini più che un lasciapassare sono soprattutto altre bocche da sfamare. Per lei, e per tanti altri, la brutalità di quelle immagini è di gran lunga inferiore al peso dell’attesa in questo purgatorio tra la Siria e l’Europa, in questo Paese esasperato nelle risorse prima ancora che nello spirito in cui, nei decenni, la somma delle ondate migratorie, ha superato il numero degli abitanti.

Ibrahim vuole andare in Spagna: “Ma lì il nostro posto è quello dei poveri”
Raqqa è attraversata dal fiume Eufrate. Ibrahim quando era piccolo andava a farci dei lunghi bagni. Quelle giornate d’estate passate a mollo nella Mezzaluna Fertile sono il ricordo che più gli manca della sua città. E’ partito con lo scoppio della rivoluzione. La sua famiglia invece è rimasta li: “Pensi che per mia madre un campo profughi in Turchia, in Libano, in Giordania o una qualsiasi stazione in Europa fossero meglio?”. Ha studiato da topografo ma vorrebbe fare il cantante sulle orme dei musicisti iracheni che “parlano di assenza e raccontano di lontananza da casa e dal cuore”.

Intanto, sans papier, lavora in un ristorante di Beirut. “Se mi facessi riconoscere come rifugiato non potrei lavorare. Sarei costretto a stare nei campi e non ho intenzione di passare la mia vita in fila per ricevere una razione di riso e una coperta per l’inverno”. Tutto quello che sa dell’Europa l’ha imparato in un cinema di Hamra, antico centro intellettuale di Beirut Ovest. Qualche tempo fa ha visto un film ambientato a Barcellona. Da allora vuole andare a vivere in Spagna “dove anche se fai il cameriere puoi avere un pianoforte e suonare. E se le persone suonano vuol dire che sono felici”.

Alcuni dei suoi amici ci sono arrivati, passando per l’Algeria, la Libia e il Canale di Sicilia. Da Beirut è facile prendere il mare: con due mila dollari in mano si può organizzare la partenza nel giro di un paio d’ore, giusto il tempo di valutare l’offerta migliore.“E’ una roulette a cui non gioco. Se decido di andare in Europa ci entro dalla porta, non dalla finestra”. Non vuole partire fino a che non avrà con sé il sostegno della sua musica. “Che rispetto posso aspettarmi da rifugiato? La mia cultura in Europa non può funzionare. Per noi, l’unico posto libero è quello dei poveri”.

Mylad: “La Germania? Siamo solo lavoratori, merce di scambio elettorale
La famiglia di Mylad da tre anni vive in Francia. Sono partiti dopo che è stato loro riconosciuto quello status che lui continua a voler rifiutare: “Non voglio andare a fare lo schiavo altrove. Voglio tornare in Siria”. Nel frattempo vive e lavora a Beirut senza che ci sia traccia, nelle carte, del suo passaggio. “Credi davvero che la Germania abbia a cuore il nostro destino? Siamo merce di scambio elettorale, nonché potenzialmente gran lavoratori”.

Ha 26 anni, l’aria a prima vista scanzonata e quel disincanto che ti tiene ben saldo al terreno e ti fa venire i capelli bianchi prima del tempo. “In Siria le persone sognano da sempre di andare in Europa”, da quando i francesi, durante il loro dominio, hanno mostrato loro il benessere della mente e del portafoglio. “Una volta finita la scuola, la domanda più frequente era in quale Paese europeo volevi andare a vivere, non quale lavoro speravi di fare nella tua città. Prima ti ci volevano anni, adesso bastano pochi giorni e il rischio di un naufragio è niente rispetto a quello che hanno vissuto queste persone”.

Sono i frutti maturi della colonizzazione che bussano alle porte dell’Europa presentando il conto. “Chi decide di partire però si è arreso e non si rende conto che, a parte un soddisfacimento dei bisogni primari, quello a cui si condanna è lo smarrimento e la disperazione. E’ questo quello che pensi davanti allo specchio o la sera prima di andare a dormire quando non ti ricordi più da dove vieni”. Uccidi il padre, dicevano i Greci sottolineando l’importanza di fare i conti con le proprie origini, seppur ingombranti e dolorose.

Mylad ha deciso di stare lontano dalla facile (troppo facile) lusinga dell’Europa, che accetta ma non accoglie. Ha deciso di restare vicino al suo dolore, vicino ad Hama, la sua città con le norie dai grandi vasi. Senza potersi permettere il lusso della nostalgia, ma tenendo testa alla disperazione e all’abbraccio dell’oblio.

(foto di Marta Cosentino)

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