“Infine, tra gli altri, c’è anche il problema dell’amnistia, che sarà di competenza esclusiva della Camera. Il partito che vince, comunque si chiami, potrebbe essere in grado di amnistiare se stesso“. A dirlo non è quel Vincenzo D’Anna di Ala, il gruppo dei “renzi-abili” in quota Verdini, che ha suscitato ilarità e sdegno col suo: “La riforma del Senato è una fetenzia, ma la voto”. A dichiararlo è l’ex presidente della Camera, Luciano Violante cui è riuscita, almeno apparentemente, l’impresa di ricompattare minoranza dem e renziani sull’elezione semi-diretta dei nuovi senatori, da ratificare poi nei consigli regionali.

Che la “riforma delle riforme” del governo Renzi possa portare all’‘auto-amnistia in Parlamento lo si scopre così, all’ultima riga di un’intervista rilasciata dal Corriere della Sera e solo oggi, a un metro dalla meta e quasi fuori tempo massimo. Nonostante il rischio fosse poi del tutto evidente, tanto che in commissione e in aula una cinquantina di emendamenti chiedevano la soppressione o la modifica dell’articolo sull’amnistia. Uno per uno, sono stati respinti e il testo è rimasto lo stesso.

Il disegno di legge, tra gli altri, interviene sull’art. 79 della Costituzione che dal 1948 limita la concessione di amnistia e indulto “con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale”. La ratio dei costituenti era chiara: per un provvedimento straordinario come quello (ma anche per la dichiarazione dello stato di guerra) la sola maggioranza in un lato del Parlamento non è condizione sufficiente e deve essere temperata con la maggioranza, ancorché diversa nei numeri (come lo è oggi in Senato), nell’altro.

Abolendo d’un tratto il bicameralismo, la riforma targata Boschi-Renzi trasferisce anche questa prerogativa alla sola Camera dei Deputati. E siccome la nuova legge elettorale garantisce la maggioranza assoluta dei seggi (340) a chi supera la soglia del 40% è chiaro che quando Violante dice “il partito che vince, comunque si chiami”  si riferisca senza citarlo al suo, l’unico in questo momento storico-politico a poter ambire – per ammissione del premier/segretario Matteo Renzi – a quel 40% dei voti.

Il pasticcio potrebbe anche autorizzare dietrologie e retro-pensieri, ma il punto è un altro: perché mai quella “criticità cui bisognerebbe mettere mano subito” – come dice Violante – emerge solo adesso, a giochi fatti? Per il decano del Pd sarebbe tutta dell’opposizione interna al partito che ha concentrato tutto il fuoco di fila sulla questione “minimale” dell’elezione diretta/indiretta dei senatori. In questo modo la minoranza ha spostato il campo di battaglia “dal merito costituzionale alla guerriglia nettamente politica”. Offrendo così a Renzi l’alibi per impuntarsi su quel campo di battaglia. “Se il mio avversario mi critica su un punto minore della riforma – ragiona Violante – io rimango fermo. E non apro altri fronti magari più problematici”.

Il rischio che un partito amnistii se stesso resta per ora solo ipotetico, anche perché la legge – salvo sorprese – sarà sottoposta a referendum. Ma se questo pasticcio viene messo in relazione con altri, la spia su colpo di spugna si colora di rosso. Proprio ieri, sul fattoquotidiano.it, abbiamo raccontato un’altra sorprendete “svista”: tra gli effetti collaterali del Senato 2.0 di Renzi c’è anche quello di concedere il privilegio dell’immunità ai 21 sindaci che saranno catapultati a Palazzo Madama: niente più arresti, intercettazioni o perquisizioni per loro, senza autorizzazione del Parlamento. Risultato: i problemi con la giustizia per quel che faranno da sindaci (gare, appalti, nomine…) li risolveranno all’istante con le prerogative che avranno da senatori. Un incentivo a delinquere. Così si torna alle prime battute della citata intervista, laddove Violante ammonisce: “se fallissimo, le tossine del populismo potrebbero avvelenare il sistema”. Ecco, comunque vada a finire, tocca intendersi bene su chi le mette in circolazione.